Malattia mentale, sofferenza psichica e terapia della parola
Fino ad oggi non erano stati in alcun modo rilevabili le alterazioni neurologiche dovute a stati psicopatologici come l’angoscia e alla malattia mentale in genere. Ciò che di quei disturbi si poteva vedere erano le manifestazioni esteriori, le conseguenze comportamentali ed espressive del disagio psichico, ma non si potevano identificare “neurologicamente” i processi mentali che presiedono e sviluppano le stranezze della parola e del comportamento nel malato di mente.
Il lavoro del terapeuta non aveva riscontri fisico-neurologici, come invece ha il chirurgo, l’ortopedico, il dentista, il medico internista, etc.
Grazie al migliorare delle acquisizioni delle neuroscienze che indagano sulle strutture e le funzioni cerebrali, oggi possiamo avere informazioni concrete sulle strutture fisiologiche dei processi mentali, sui cambiamenti della cervello-mente, anche in relazioni alla malattia psichica e alla psicoterapia.
Secondo E. R. Kandel è possibile riscontrare cambiamenti a livello celebrale dovuti alla psicoterapia. L’Autore afferma che si possono notare determinare modifiche a livello sinaptico dovute all’apprendimento e, a tal proposito, ha osservato cambiamenti della architettura cerebrale in soggetti sottoposti a psicoterapia.
L’esperienza psicoterapica può dare dunque l’avvio a modificazioni della plasticità cerebrale. Di converso, si può affermare che, avendosi cambiamenti nel pattern delle connessioni cellulari, l’apprendimento di comportamenti sociali distorti, gli stress psichici consistenti e continuativi, possono comportare la strutturazione e il mantenimento di alterazioni nelle funzioni cellulari che, assieme ad alterazioni genetiche e biochimiche, si rendono causa di qualche malattia mentale.
Le neuroscienze hanno mostrato che la mente umana è un misto di fisiologia e psicologia: è il prodotto della eccitazione neurale, il risultato della interazione tra processi neurofisiologici interne al cervello e l’acquisizione e l’elaborazione di esperienze esterne, che costituiscono un patrimonio di notizie che determinano il funzionamento della mente, le sue scelte, il profilo personale del soggetto.
Anche i più complessi e astratti processi mentali sono il prodotto di operazioni fisiologiche cerebrali, e quindi dipendono da una serie di funzioni che dipendono dalla materia cerebrale.
Grazie alle nuove tecniche di ricerca, studiando i processi mentali anche dal punto di vista biologico, è possibile raggiungere conoscenze abbastanza pertinenti sui meccanismi biologici che creano il funzionamento della mente.
Il livello di indagine delle nuove tecniche di brain-imaging delle neuro scienze, consente di approfondire “neuro-fisio-biologicamente” i processi cerebrali. Con queste tecniche, per esempio, si sono chiarite le basi biologiche della memoria.
In passato si pensava che ogni tipo di memoria avesse una sede precisa; con le nuove ricerche, grazie alla tecnologia PET, (tomografia ad emissione di positroni), si è potuto appurare che la memoria dipende da una fitta rete di neuroni che connettono siti cerebrali diversi e pertanto sono numerose le strutture e i sistemi che contribuiscono ad incamerare ricordi e a riportarli alla memoria.
Utilizzando la PET, ricercatori tra cui James Flyn, Howard Gardner e altri, hanno constatato quali sono le zone del cervello attivate mentre il soggetto svolge diverse attività. Si è scoperto che vi sono aree del cervello che presiedono al linguaggio, altre all’orientamento spaziale, altre al pensiero logico, alla musicalità e via dicendo.
Queste ricerche indicano che le capacità mentali dipendono da una vasta interconnessione tra varie zone cerebrali e che vi possono essere delle specifiche capacità: linguistico verbale, logico matematica, musicale, cinestetica, spaziale, sociale, ognuna delle quali è maggiormente presente in un individuo e meno in un altro. Si deve desumere che alcuni individui la cui sezione cerebrale si attiva maggiormente in concomitanza di un problema matematico, ma non hanno però la medesima capacità per quanto riguarda la abilità sociale.
Studiando il cervello in maniera più appropriata si è potuto constatare che non esiste (come si riteneva) “l’intelligenza” in senso globale, ma varie forme di intelligenza, per cui può accadere che persone che eccellono in un campo, mostrano sensibili inadeguatezze in un altro. Vi possono essere geni in un campo, ma non significa che costoro lo siano in altri campi. A tal proposito c’è da rilevare che la stupidità ha in sé una forza che la rende coriacea e vincente e che porta alla sua diffusione. La stupidità è il cortocircuito della ragione, e spesso è proprio l’atteggiamento irrazionale che ha più presa perché, essendo un corto circuito, è più semplice da propagandare (e da accettare!). L’essere umano è portato ad escludere dal suo pensiero, per vari motivi soprattutto emozionali, quei ragionamenti che definisce “freddamente logici” e preferisce ciò che è suffragato apparentemente dalla morale, dal buonismo, dall’umanitarismo e dalla religione. Tutto questo comporta una saccenza, caratteristica principale della stupidità, e teorie “politiche” percepite come una sorta di intuizione morale, salvifica, grazie alla quale si eviterebbero le “ingiustizie” e si avrebbe la felicità degli uomini. Che poi in realtà non possono essere adottate non mette in crisi il credo di coloro che le abbracciato: l’essere umano è portato ad escludere dalla propria vista ciò che non collima con le proprie utopie e le “aspettative messianiche” (buona parte della gente è convinta dei poteri dei fenomeni paranormali e questa è una delle convinzioni così diffuse che si fa forza da sé ed è difficile da estirpare).
L’umanità dunque ha molte illusioni: spesso si tratta di convinzioni condivise dalla massa, e in questo caso è difficile dimostrare la loro falsità. Il delirio, invece, è una convinzione che ha un singolo individuo, non condivisa dalla massa, una convinzione che quasi nessuno condivide con chi ce l’ha, ma quando questa convinzione è presente in molte persone, è difficile poterla sradicare.
Il cervello umano tende a vedere ciò che si aspetta di vedere ma che in realtà non c’è e spesso tende a notare correlazioni che non esistono, come nel caso della fortuna o della sfortuna.
Quando la mente ha una ipotesi ingannevolmente plausibile, costruisce delle prove che ne attestano la veridicità. In questo caso, il soggetto ha una irrazionale fedeltà nelle proprie convinzioni e fa di tutto, accettando anche prove inconsistenti, per attestarne la veridicità, e rifiuta qualsiasi prova contraria!
L’incapacità di vedere ciò che è ovvio, le fantasiosi spiegazioni di avvenimenti, sono il corollario che consegue alla fiducia, senza razionale dimostrazione, nelle proprie convinzioni.
Spesso il nostro cervello per restare fedele alle proprie convinzioni, o per paura di trovare verità scomode, schiva e scarta ogni prova contraria, elude ogni esperimento rigoroso e critico della realtà, arrivando all’appagante credenza di essere a confronto della verità.
Questo spiega perché è vano tentare di aprire gli occhi a persone che sono abbarbicate emotivamente nelle loro convinzioni.
Le argomentazioni “razionali” che tendono a smantellare il castello di illusioni che il soggetto si è creato, ricevono una fredda accoglienza, i ragionamenti che sostengono il punto di vista contrario sono rilevati come pericolosi e fuorvianti.
Questa rigorosa censura e la necessità di non approfondire la veridicità della proprie convinzioni comporta, in molta gente, il persistere di convinzioni, impressioni, opinioni che spesso nulla hanno a che vedere con la realtà. La gente ostenta una perniciosa sicurezza in attestazioni che non sono mai stata passate al vaglio della ragione, e che si sono formati nell’innocenza dell’infanzia o in preda all’emotività.