La razionalità, gli schemi della mente e l’interpretazione del reale. 

Gli schemi mentali, cioè le categorie con le quali interpretiamo ciò che c’è e vive attorno a noi ,  aiutano a relazionarci nel presente,  velocizzando le esperienze attuali grazie ad una conoscenza, acquisita nel passato, che fa da  guida e rende più facile capire il presente, con le basi costruite dalla comprensione precedente. 

I neonati non avendo esperienze non hanno schemi mentali e  sono del tutto incapaci di riconoscere la realtà.

Vedono e non sanno dare un significato. I bambini cominciano a capire il mondo che li circonda quando imparano le  schematizzazioni mentali dai genitori. Ciò è un grosso vantaggio ai fini della sopravvivenza. Ma se questo procedimento ha il vantaggio di orientare l’individuo non solo  nella realtà quotidiana, ma anche in tutti i settori, dal campo filosofico e morale a quello del gusto e delle preferenze e dei sentimenti,  l’utilità di questi schemi dipende dallo loro flessibilità e modificabilità.

Se essi  sono troppo  rigidi e immutabili,  se vengono interiorizzano al punto che  non possono essere più cambiati,  essi regolano troppo  rigidamente l’interpretazione del presente, del proprio sé, dei fatto della vita, dei sentimenti e il modo di pensare,  in  maniera così   inflessibile da impedire di comprendere diversamente il mondo  se fosse più utile e ove ce ne fosse bisogno.  

In un primo tempo i bambini vanno avanti nella conoscenza grazie agli schemi mentali  appresi dai loro genitori. Anzi, poiché i genitori “premiano” i bambini che seguono i loro schemi essi si sottomettono con uno scarso  margine  personale di  interpretazione del reale.

Gli schemi mentali imposti in questo modo,  possono acquisire una specie di corazza  spessa, e limitare in maniera marcata la interpretazione e valutazione della realtà al punto da diventare una  “corazza del carattere” che impedisce al soggetto di accettare  liberamente altre  idee e altri  giudizi che non sia quelli inquadrati negli schemi mentali acquisisti in gioventù. 

Insomma questi schemi mentali possono diventare delle  lenti deformate che creano modi di penare, di sentire, di agire e di realizzare  che possono essere   in contrasto con esigenze di adeguatezza al reale. 

Più è alto il livello di rigidità dei modelli  della mente, più difficile è fruire serenamente  delle esperienze quotidiane  e ancor più rigido è  lo  stereotipo nel quale viene inquadrata ogni forma relazionale. 

Si creano così delle distorsioni che diventano a mano a mano  patologiche. Gli schemi rigidi prendono la forma di procedure  di interpretazione e di valutazione distorte della realtà e del proprio sé, perché sia la realtà che il proprio sé sono visti con le lenti deformanti  e interpretazioni psicopatologiche.

Quando gli schemi  diventano patologici  ingabbiano la vitalità, inibiscono, fanno distorcere al soggetto le proprie percezioni e i priori bisogni. 

Comincia la malattia psichica proprio  quando la spontaneità della decifrazione del reale è deformata. In questo caso infatti si ha una riduzione della esperienza, che comporta vari disagi, tra cui disturbi relazionali, mancanza di autenticità, incapacità di riconoscere e di seguire i propri bisogni.

Gli schemi mentali  si ritrovano nel cinema della “follia”. Il cinema utilizza molto gli schemi mentali.

La necessità che ha il cinema di usufruire di parametri e schemi precostituiti deriva dal fatto che essendo essenzialmente  una comunicazione visiva, deve utilizzare per essere meglio compreso comunicazioni e  messaggi a tutti noti. Un viso di uomo con sfregi, torvo e truce viene utilizzato, senza troppe lungaggini  per indicare che chi ha quell’aspetto è un individuo poco affidabile.  Tuttavia si tratta sempre  di  un preconcetto, di uno schema di comodo, fino a prova contraria.

Infatti può accadere che un soggetto che ci sembra inaffidabile a causa del suo immagine sia invece una persona dolce e tranquilla. Il gobbo di Parigi, nell’opera Notre Dame, sia pur dall’apparenza torva era una persona molto sensibile. In questo caso mostrare un soggetto dall’apparenza crudele per poi segnalarlo come persona sensibile aumenta l’impatto affettivo. L’inversione insomma ha anche essa un  effetto forte: sembrava cattivo invece è buono, anzi, in contrasto con la sua immagine è “molto più buono”.    Il  problema della rigidità degli schemi fu molto sentito nel teatro greco.  

Le maschere avevano una rigidità  espressiva che non consentiva modulazioni di umore. A spiegare che l’umore dell’attore era cambiato rispetto alla maschera che indossava ci pensava di solito il coro, il quale spiegava il perché dei cambiamenti. Ma un attore con una maschera truce restava con quella maschera anche se poi nella recitazione doveva piangere come un bambino, creando una certa discrepanza, proprio perché la maschera era uno schema che non aveva anche il concetto di pianto.

Per ovviare all’inconveniente, i greci a volte facevano rientrare dietro le quinte l’attore il quale indossava una maschera  consona a quel momento emotivo. Del resto i greci erano abituati a queste performance. Nella scena non c’erano mai più di tre o quattro personaggi e se doveva comparirne un quarto, uno degli attori,con una scusa plausibile, s’allontanava dalla azione teatrale,  andava dietro le scene, si cambiava e entrava inscena per rappresentare il nuovo personaggio.   

Il cinema non ha bisogno di questo stratagemma, ma utilizza le “maschere degli attori” per sintetizzare subito il personaggio e renderlo subito leggibile mal pubblico.

Tuttavia il cinema “soffre” di schemi mentali rigidi. Accanto alla rappresentazione corretta della malattia psichica , per motivi di spettacolo,  per esigenza di cassetta c’è una modalità di raffigurazione della follia nella cinematografia che crea una fuorviante disinformazione perché associa la  follia alla violenza selvaggia, la malattia mentale alla assoluta emarginazione, e determina una serie di pregiudizi  che portano alla incapacità di comprendere la situazione reale del malato di mente.