L’insicurezza
L’insicurezza può essere uno stato obiettivo o soggettivo. In senso oggettivo l’insicurezza è precarietà, insufficiente ordine pubblico e una tale quantità di rischi, nella società, che non si possa vivere sereni. In senso soggettivo essa è, secondo un dizionario, una “condizione caratterizzata da dubbi su se stessi, dal timore di sbagliare e di non essere all’altezza della situazione”. Questa insicurezza è fonte di ansie o addirittura d’angosce. Per uscirne e per provare a se stesso il proprio valore, il soggetto tenta a volte di compiere miracoli: ma più spesso è paralizzato dalla paura e sopporta l’insicurezza come una sua croce personale. Radici dell’insicurezza e possibile soluzione del problema. La prima ragione per avere “timore di sbagliare” è che, effettivamente, non si è all’altezza del compito. Una seconda e più frequente ragione è che non ci si reputa all’altezza di quei mirabolanti risultati che reputeremmo normali per noi, data la stima che abbiamo o vorremmo avere di noi stessi. Chi si rifiuta di affrontare un compito spesso fa ciò perché ha troppa paura di non riuscire come vorrebbe. Questo dipende a volte da un eccesso di lodi ricevute rispetto ai propri reali meriti. Un tempo, quando le ragazzine studiavano pianoforte, c’era l’eterna commedia delle famiglie che le invitavano pressantemente a suonare per gli ospiti e di loro che si rifiutavano con tutte le loro forze.
Come mai? Semplicemente perché le famiglie esageravano con le loro lodi mentre le ragazzine, oltre al naturale fastidio dell’esibirsi, avevano la coscienza della propria mediocrità, nata dai rimproveri del maestro di piano. Per questo si sottraevano con la fuga ad una prova che le esponeva al rischio del ridicolo. Le lodi sono pericolose perché abbiamo tendenza a prenderle sul serio. Tutti vorremmo essere i migliori e proprio per questo crediamo facilmente di esserlo. Il bambino non si stupisce affatto se qualcuno gli dice che è il più bello del mondo. La realtà però c’infligge una tale quantità di frustrazioni e umiliazioni che crescendo di solito siamo costretti ad uscire dai nostri sogni. Se però qualcuno coltiva le nostre naturali propensioni, ricoprendoci di lodi e rassicurandoci sulle nostre superiori qualità, rimaniamo nella nostra illusione infantile ma chi ci apprezza troppo non ci fa per nulla un favore: infatti finiremo con l’aspettarci da noi stessi prestazioni di cui siamo incapaci. Saremo ovviamente frustrati e ci rifiuteremo d’apprendere dalla realtà il nostro vero valore. L’insicuro è qualcuno cui è stato detto che vale dieci, che ama pensare di valere dieci, ma al quale le precedenti esperienze hanno troppo spesso detto che vale tre. O forse due. Anche se questo non è sufficiente a fargli cambiare opinione. Più si ha stima di sé, più è facile essere delusi di se stessi. Mentre il disprezzo ingiustificato è a volte il prologo di una favola a lieto fine, le lodi ingiustificate sono il prologo d’una tragedia.Il primo passo verso la soluzione del problema dell’insicurezza è la conoscenza dei dati di fatto, perché quando non si hanno elementi concreti su cui fondare il proprio giudizio, l’insicurezza è addirittura doverosa. Se qualcuno è chiamato a sostenere un esame di storia senza che gli sia stato comunicato il programma, per quanto colto sia, non potrà non soffrire di insicurezza. Da un lato bisogna spendere una vita per avere un’infarinatura della storia universale, dall’altro essa non è sufficiente se poi l’esame verte esclusivamente sul processo a Girolamo Savonarola. Viceversa, se un individuo vuole ignorare quali compiti è effettivamente in grado d’affrontare, la sua insicurezza sarà per così dire volontaria. A volte infatti i dati sono facilmente conoscibili o addirittura evidenti. Se un giovane ha ottenuto buoni voti in un compiacente istituto privato e poi ha paura degli esami di Stato, non soffre di un’insicurezza caratteriale ma dalla coscienza che i suoi voti precedenti sono stati fasulli. Non è insicuro: è impreparato. Non soffre d’amnesia, soffre d’ignoranza. Dovrà solo mettersi a studiare sul serio, per la prossima occasione. L’accettazione della realtà è un dovere ineliminabile, quale che ne sia il costo. Se un giovane brutto è insicuro perché ha il dubbio d’essere brutto, la soluzione è dirgli che non deve avere nessun dubbio, è effettivamente brutto. Sia pure aggiungendo che non è una tragedia. Avrà certo più difficoltà della media, nella vita e con l’altro sesso: ma c’è modo di cavarsela. Alla lunga potrebbe anche essere più felice dei belli. Ciò che si può star certi non sia la soluzione è negare il fatto che sia brutto.Non vanno negati neppure i piccoli difetti dei più dotati. Se una bella ragazza è insicura perché ha le gambe troppo magre, è inutile negarlo lodando la sua bellezza complessiva. Bisogna innanzi tutto riconoscere che le sue gambe sono effettivamente troppo magre, per poi dirle che lo sanno tutti e tutti la considerano una bella ragazza lo stesso. Dopo di questo, se la giovane continua ad essere insicura, è perché l’hanno tanto lodata, soprattutto da bambina, che ella considera la perfezione come un minimo sotto il quale non si sente assolutamente di scendere. In tutti i casi il primo passo è il riconoscimento della realtà. All’uomo di bassa statura è inutile dire che anche Napoleone era piccolino. L’interessato non è Napoleone e se una donna non accetta la sua corte perché è basso, non può certo dirle: “Bada che anche Napoleone era un tappo”. Tuttavia al mondo c’è posto anche per gli uomini di bassa statura e, per quanto riguarda le donne, basta pensare al successo d’un donnaiolo brutto e pelato come D’Annunzio.Il primo rimedio contro l’insicurezza è la conoscenza e l’accettazione della realtà. Essa può essere terribile come può essere consolante: ma è risolutiva. Ecco perché la cosa peggiore che si possa fare è rassicurare una persona cara con bugie. Esse rendono doloroso ed insolubile il problema dell’insicurezza. Dinanzi alle esitazioni dell’insicuro la giusta reazione non è dire – come fanno molti – “Ma sì che ce la fai, dai!” Perché l’individuo da un lato non è affatto convinto di farcela, dall’altro, con questo atteggiamento ottimistico, si ingigantisce la delusione che provocherebbe il fallimento. Bisogna proporre un ostacolo più semplice, e poi invitare l’insicuro a superare un ostacolo un po’ meno semplice, e poi un altro un po’ più difficile, fino a conquistare la disinvoltura. Cosa da fare con sforzo, umiltà e pazienza. La massima ragione di sicurezza la dà la certezza, nata dall’esperienza, di essere in grado di superare l’ostacolo. Il caso peggiore non cambia la regolaUna vecchia vignetta rappresentava uno psichiatra con la mano sulla spalla del suo cliente, mentre gli diceva: “No, lei non ha nessun complesso. Lei è realmente inferiore”. Una diagnosi in questi termini sarebbe controproducente per la sua brutalità ma non per la sua sostanza. Nella realtà, avendo a che fare con un uomo realmente inferiore, bisognerebbe riuscire a rivelargli piano piano che è inferiore, per poi consigliargli di aggrapparsi non ai meriti che non ha, ma a quelli che ha. Per esempio un bel carattere. Chi è pronto alla lode e al riconoscimento degli altrui meriti, chi è gentile e offre amore a tutti, sarà ricambiato da molti. Come dice il proverbio, attira più mosche una goccia di miele che un litro di fiele. La regola dell’accettazione della verità, come rimedio all’insicurezza, non conosce eccezioni: nemmeno nel caso più drammatico. L’insicuro che non vuole rinunciare alle proprie illusioni peggiora la propria situazione. Non deve dire all’avversario che lo ha vinto a scacchi, anche se è vero: “Ho perso solo per una distrazione”. Deve riconoscere la sconfitta (che tale effettivamente è) aggiungendoci una lode: “Non solo giochi bene ma non perdi mai la concentrazione”. I fatti non cambieranno ma il vincitore gli sarà grato della lode che ha effettivamente meritato e magari dirà lui stesso generosamente che l’altro, distrazione a parte, meritava di vincere. La lotta contro l’insicurezza comincia dalla percezione della realtà ogni volta che sia ottenibile. La prima cosa che l’individuo deve conoscere è il proprio vero livello. Le illusioni consolatorie sarebbero smentite dalla realtà. Gli atteggiamenti utiliCi sono tuttavia dei casi in cui è difficile valutare la realtà. Nessuno può essere sicuro di essere promosso. Anche chi ha studiato sufficientemente non può escludere che ci sia un punto importante che gli è sfuggito, che al momento dell’esame dimentichi qualcosa, che il professore chieda una minuzia o che sia un pazzo. Questo genere d’insicurezza è del tutto normale. L’insicurezza diviene patologica solo se il soggetto non ha studiato adeguatamente e intimamente pretende di essere promosso lo stesso. Oppure se ha studiato per la sufficienza ma ha la pretesa d’ottenere il massimo dei voti. Per guarire dall’insicurezza, una volta che si conosce la verità, si può o accettare il proprio limite (“Sì, sono effettivamente un uomo di bassa statura e lo sarò per tutta la vita”) o, quando è possibile, cercare di superarlo: “Sì, sono ignorante in storia, ma da domani mi metterò a studiare”. Per non dire che si potrebbe anche dire: “ “Sì, sono ignorante in storia ma chi se ne frega”. In ogni caso, l’insicurezza non si cura con l’illusione.L’insicurezza dei bambiniI bambini rappresentano un caso particolare e molto importante d’insicurezza: essa infatti è connaturata alla loro età. Gli adulti hanno avuto il tempo di orientarsi nella realtà, di valutare se stessi e gli altri, mentre il bambino arriva nel mondo come tabula rasa: non sa nulla di nulla, né di sé né del mondo. È come un astronauta che giunge su un pianeta di cui non sa nulla. In un caso del genere, chiunque non soffrisse d’insicurezza sarebbe un imbecille. Ma, ancora una volta, la risposta al problema è una corretta informazione. L’adulto, anche di fronte ad una situazione nuova, ha alcuni punti di riferimento. Conosce se stesso e le proprie possibilità. Il bambino non dispone neppure di questi dati. Da un lato è incapace d’essere autonomo, di procurarsi la sussistenza e di difendersi dai pericoli, dall’altro è oggetto dell’affetto e della protezione dei genitori. Da un lato cioè la sua situazione è troppo difficile, dall’altra è troppo facile. Questo gli falsa tutti i parametri. Per un verso è visceralmente spaventato dalla propria debolezza e dipendenza, ed ecco perché piange se appena perde di vista i genitori, per l’altro l’affetto e la condiscendenza dei genitori lo illudono sulle sue possibilità. Il bambino che fa i capricci si trasforma in un tiranno che collauda la propria forza, cosciente del fatto che un vero potere assoluto è tale quando se ne può abusare. I capricci non sono un’assurdità: sono una risposta eccessiva al sentimento d’impotenza.Vivendo lo straziante contrasto tra un eccesso d’insicurezza e un fragile complesso d’onnipotenza, il bambino sente la necessità di raccogliere al più presto le cognizioni necessarie ad un corretto adattamento all’ambiente. È in questo che gli adulti devono aiutarlo. La realtà vorrebbe che si cominciasse spiegando al bambino che egli non ha nessun potere, che è l’omega del gruppo e dipende da tutti, perfino per la propria sopravvivenza fisica: ma questo messaggio è quasi inutile, perché il bambino queste cose le sa già. Ripetergliele potrebbe addirittura creargli angoscia. Per converso, pur mentre gli si assicura soccorso e affetto, è necessario che non gli si permetta di scambiare l’affetto dei genitori per un proprio potere. Non appena accenna a strafare, è necessario rimetterlo al suo posto. Come lottare contro l’insicurezza infantile. Il bambino deve essere aiutato a prendere coscienza della realtà. Per questo devono essere accuratamente evitate tutte, diconsi tutte le informazioni false. Mai dargli ragione quando ha torto. Mai dargli spiegazioni cervellotiche. Mai parlare di “Uomo nero” o “lupo cattivo”. Mai suggerire paure fantastiche e mai fargli credere che il happy end è la conclusione di tutte le vicende umane. Non ci sono fate ma non ci sono neanche streghe. Le favole, naturale alimento dell’immaginazione infantile, vanno sempre accompagnate da una chiara affermazione della loro infondatezza. Mai edulcorare la realtà: il nonno non è partito, il nonno è morto. Mai giocare con l’ignoranza dei bambini, come raccontare ad un piccolo di quattro anni che lo zio è andato dai nonni, a Torino, volando. E come? Ma così, agitando le braccia! Questo genere di scherzi, che può divertire gli adulti sciocchi, è due volte sbagliato: da un lato si ride di chi non può difendersi, dall’altro si corre il rischio che il bambino di tre anni, una volta o l’altra, provi a volare fuori dalla finestra.L’essere bambini non dà nessun diritto, se non il rispetto dovuto ad un essere umano di quell’età. Servire per primi i bambini, a tavola, “perché hanno fame”, è sbagliato: è un messaggio in contrasto col fatto che essi sono l’animale omega del gruppo, non l’animale alfa. Per primo si serve l’ospite, animale alpha pro tempore. Poi mamma e papà. Poi il bambino. Lasciar sedere il bambino sulle ginocchia del padre al volante, “perché vuole guidare come papà”, è sbagliato: il piccolo non ha l’età per guidare e farglielo credere è una stupidaggine. Quando sarà un adulto, guiderà anche lui; prima, è inutile fare la commedia.Sempre in nome dello stesso rispetto, non bisogna aiutare i bambini a fare i compiti. Aiutarli corrisponde a dichiarare che non sono in grado di farli da soli. E questo crea insicurezza. Esattamente la precisa coscienza di “non essere all’altezza del proprio compito (per casa) ”. Non essendo aiutati, o avranno una corretta conoscenza di sé e del fatto che “non sono all’altezza”, o impareranno a cavarsela da soli, eliminando dunque l’insicurezza. Un guadagno in ogni caso.Il bambino ha diritto a vivere come tale. Dunque è sbagliato vietargli di giocare “perché suderebbe e potrebbe raffreddarsi”, o “perché potrebbe cadere e farsi male”. Bisogna dirgli di no solo quando ci sono precise ragioni per dire di no.Tutti questi esempi illustrano un principio generale: l’insicurezza del minore si cura migliorandone il contatto con la realtà. Se un ragazzo ha l’angoscia degli scacchi, perché perde troppo spesso mentre vorrebbe essere un campione, è inutile che gli si dica che è un campione, che gioca benissimo ed ha perduto per sfortuna, per distrazione, per caso. Gli si deve dire la verità: che gioca da settimo od ottavo su dieci; e che, lungi dall’essere un campione sfortunato, è una schiappa normale. Che giochi dunque per divertirsi, non per trionfare. Certo, se studia qualche buon libro e se sta più attento, c’è qualche speranza che migliori. Ma se non dovesse migliorare – e dove sta scritto che debba per forza migliorare? – rimarrà confermato che il suo normale livello è di settimo od ottavo. Ogni volta che si fa una classifica, forse che non c’è un ultimo? Fra l’altro, se si riesce ad essere ultimi col sorriso si sarà anche simpatici.Questo atteggiamento che sembra crudele è l’unico pietoso. Il ragazzino a cui si dice la verità sul suo livello scacchistico o si rassegnerà a giocare per giocare, sapendo che i campioni sono altri, o s’impegnerà per giocare meglio. Con o senza buoni risultati, ma essendo pronto ad accettare la realtà. Se invece lo si loda a sproposito e lo si rassicura sulla sua presunta natura di campione, che nulla prova, lo si esporrà ad un tormento più lungo e sottile: quello delle continue smentite della realtà, quando non a quello dell’irrisione. Mentre il disprezzo ingiustificato è a volte il prologo d’una favola a lieto fine, le lodi ingiustificate sono il prologo di una tragedia.