Normalità e anormalità: un dato geografico e culturale?

La psichiatria transculturale è impegnata nell’individuare cosa s’intende per anormalità e  normalità nei vari contesti culturali. Essa, indagando in varie aree geo-culturali l’origine del disturbo mentale,   ha identificato quasi sempre  una responsabilità nel tipo di insegnamento sociale  impartito la  radice dei conflitti tra il singolo e la sua cultura. Ma se i disturbi psichici sono frequenti in tutte le società umane e in tutte le epoche, tuttavia l’atteggiamento delle varie collettività verso di essi,  la ricerca della loro spiegazione e della loro cura, sono differenziati.

Dal punto di vista linguistico, la parola matto ha tanti sinonimi che indicano vari significati: folle, demente, forsennato, bizzarro, eccentrico, singolare, alienato, stravagante, strambo, strampalato, diverso, estroso, dissennato,  balordo, pazzoide,  etc. etc. Ma è innanzi tutto fondamentale il tipo di cultura in cui avviene il disturbo per  individuare e definire se esiste una  malattia mentale e di che genere è.

Dice il Deveroux, nei suoi Saggi di etnopsichiatria generale [1], che ogni società incoraggia alcuni comportamenti e ne scoraggia altri, per cui è il gruppo di appartenenza a stabi­lire chi deve essere considerato “matto” e ad indicare quale condotta deve avere un individuo  per non  essere ricono­sciuto “anormale”. 

La convinzione che alcuni atteggiamenti, certi modi di essere, taluni principi  siano i soli validi, fa sì che,  in un contesto sociale, il diverso rientra nel cliché che lo identifica come non uguale agli altri ed egli,  a sua volta, si adegua e si atteggia nel modo in cui la società  lo ha individuato, cioè “fuori dalla norma”.

Tuttavia, se si facesse un’analisi comparativa delle valutazioni psichiatriche si potrebbe mettere in luce che certi presupposti che indicano uno stato di malattia mentale, ritenuti scontati per una cultura, non sono sicuri indici di malattia  per un altro gruppo sociale.

Infatti, poiché in ogni cultura, la gente è portata a credere in valori e in  verità sociali che magari  per un’altra sono prive di certezze, ma alle quali  il gruppo   è attaccato  con una fede incrollabile,  non è possibile definire certe convinzioni culturali come dei vaneggiamenti, in quanto fanno parte della tradizione di un popolo. Altrettanto problematico è considerare alcune manifestazioni mentali “non comuni”,  singole o collettive,  come anormali.  

È probabile che, indagando sull’origine delle une e delle altre, si trovino motivazioni e  ragioni che fanno loro da supporto, e che li rivelano come metafore di una congettura, di una paura, di una credenza occulta.

Il relativismo culturale comporta dunque diverse interpretazioni, e si possono avere per uno stesso comportamento, per una medesima usanza o per una stessa  credenza, a seconda del punto di vista culturale che si esaminano,  una valutazione psichiatrica e una di “normalità”.

Colui che per molti minuti dimena compulsivamente la testa verso un muro, è considerato un individuo religioso se lo fa davanti al muro del pianto; ma  fuori da quel contesto, chi si comportasse in quella maniera sarebbe oggetto di indagine psichiatrica.  

Vi sono sette religiose che hanno credenze, costumi, e propongono esperienze  assai simili a quelli manifestati dai pazienti psichiatrici di tipo paranoie e schizoide. Il limite di demarcazione tra sanità mentale e follia è, in questi casi, assai difficile da tracciare,  anche perché, a volte, quanti si addentrano in simili esperienze ha spesso già una componente mentale che vira verso tendenze psichiatriche.

  1. Spencer[2], esaminando i casi di degenza psichiatrica negli ospedali australiani, ha potuto rilevare che le persone che seguivano la setta dei Testimoni di Geova, erano, in rapporto ad altri pazienti affetti da disturbi psichiatrici, il doppio o il quadruplo. Questo può essere spiegato perché da un lato chi ha dei disturbi psicologici tende a cercare aiuto in primo luogo rivolgendosi all’aiuto di forze soprannaturali o di persone che affermano di fare da intermediarie tra queste e chi soffre, e poi perché, di converso, vi sono confessioni religiose che incoraggiano, più di quanto non facciano le altre, ad avere esperienze inverosimili e impressionanti. 

Del resto, deliri ed allucinazioni, secondo alcune fedi religiose, posso significare una unzione particolare, un singolare stato di grazia, piuttosto che uno stato di disagio psichico. Alcuni individui che presentano particolari manifestazioni psichiche sono considerati, secondo la cultura dove  avvengono tali eventi,  in preda a un maleficio, mentre altri  individui, che presentano identici sintomi, sono indicati come “segnati” dalla benevolenza della divinità.

Così come alcune caratteristiche psicologiche,  in una cultura sono valutate positivamente, mentre in un‘altra cultura sono considerati segni inequivocabili di malattia mentale. Molte  manifestazioni comportamentali e molte convinzioni,  asseconda delle funzioni che rappresentano nei contesti in cui accadono,  possono essere dunque considerate negative o positive.

A tal proposito J. P. Sartre ha  osservato che coloro che sono affetti dal disturbo che Janet[3] ha raggruppato sotto l’etichetta di psicoastenia hanno sovente, grazie al loro stato, intuizioni metafisiche che l’uomo normale non ha o che fa di tutto per mascherare a sé stesso e agli altri. 

Tuttavia, malgrado tanta finezza di pensiero e tanto coraggio intellettuale, a volte, afferma il filosofo francese, quando  la lucidità dell’autocritica è spietata e senza mezzi termini, avvelena la vita e paralizza  l’azione. Così, in Occidente, chi si rende conto dell’inutilità dell’esistere, e perde la voglia febbrile,  può approdare alla depressione,  malattia dell’anima o atteggiamento di chi non prende più sul serio l’impresa della vita.

Il pacato e ascetico keif, cioè quel senso di assoluta inattività, in cui sprofondano molte persone, che nell’area mussulmana è considerato un comportamento  normale,  e in India è chiamato “distacco dalle cose terrene”, possono essere visti nelle aree occidentali dove è ritenuta unica “virtù” la fretta e l’intensa attività psicomotoria come forme di  “depressione psichica”.     

Da qui il fatto che le persone che vanno contro la tradizione dominante vengono considerate “anormali”. Ma, paradossalmente,  si può anche diventa­re “anormali” quando si sviluppa in modo  eccessivo l’aderenza e la sottomissione al modello culturale. Troppa solerzia e  sottomissione alle regole possono far esplodere nell’Io un conflitto dal quale vengono fuori disagi e frustrazioni. Si pensi a chi si fustiga per qualsiasi piccola sbavatura comportamentale, o a chi, in modo maniacale, è così ligio alle regole che la sua vita quotidiana è scandita da assillanti sensi di colpa.

In questi casi si è di fronte a quella che in natura viene chiamata  ipertelia, cioè lo sviluppo di caratteristiche che, normalmente  utili, se  assumono dimensioni esagerate,  risultano addirittura dannose. Per il cervo, per esempio, le corna sono uno strumento di difesa, ma quando sono esageratamente sviluppate possono diventare un impaccio, o addirittura un pericolo, se, a causa della loro mole, l’animale resta imprigionato in una selva di alberi e,   paralizzato,  diventa facile preda di  animali che lo cacciano. Per quanto riguarda il campo umano, l’ipertelia può indurre un individuo ad un eccesso angoscioso di sottomissione a regole che, se osservate con criterio risultano utili,  ma diventano una camicia di forza se sono seguite con assillante compulsione.

Per curare radicalmente un disturbo nevrotico a volte bisogna rimettere in discussione le strutture sulle quali si è evoluto, cioè l’educazione,  i  cliché, le credenze e i valori che lo hanno “nutrito”. Nevrotico è spesso colui che non è riuscito a far combaciare le proprie necessità con ciò che la società si aspetta  da un individuo ritenuto nella norma, e questo contrasto ha origine non solo nella relazione con la famiglia, ma nel confronto con l’ambiente.

Una società evoluta dovrebbe invece essere in grado di accettare anche le esigenze “diverse” dalla norma che fanno parte del bagaglio psicologico del singolo e trovare un “modus vivendi” che tenga conto anche delle necessità di ogni individuo.    

Un giovane omosessuale tentò il suicidio perché si sentiva rifiutato dalla sua famiglia. Non avrebbe commesso quel gesto se si fosse sentito accettato dall’ambiente sociale e familiare.

Lo psicologo Paolo Inghilleri, membro della Sezio­ne della Psicologia Transculturale dell’Università di Milano, sostiene che ogni individuo riceve una eredità culturale specifica e il suo sviluppo psichico e compor­tamentale deriva dalle caratteristiche della società che lo circonda. Secondo Tobie Nathan[4] ciascuna cultura può sviluppare modelli di disordine psichico che sono spesso il risultato di  una elaborazione culturale complessa.  Dopo  un lungo apprendistato frutto di un continuo insegnamento si forma la struttura che porta al disturbo. Ad essa concorrono le esperienze personali, le suggestioni e i principi informatori di una determinata cultura  che  costituiscono il repertorio emozionale di ogni individuo. 

Alcune forme psicopatologiche sono anche il risultato di una evoluzione del livello culturale,  e variano o si spostano da una regione ad un’altra, da un periodo storico ad un altro, secondo che l’evoluzione sociale  le determina o le fa regredire. 

Afferma Julian Leff[5] che, mentre nel XIX secolo, a causa del tipo di educazione di struttura sociale l’isteria era molto diffusa nei paesi europei,  dalla fine del XX secolo in poi, in paesi come l’Inghilterra, il Galles, la Germania, si è notato un regredire dell’isteria, perché, a causa dell’attenzione posta sugli stati affettivi,  i pazienti hanno progressivamente modificato il loro modo di esprimere il malessere, passando dalle esperienze psicofisiche dell’isteria, a quelle più stremante mentali dell’ansia e della depressione.  L’isteria si trova, invece, ancora di frequente in paesi in via di sviluppo. Elsarrag[6] ha rilevato in Sudan cecità isterica, diplopia monoculare, paralisi isterica, parestesie, e altre forme di conversione,  proprio come succedeva ai tempi di Charcot a Parigi alla fine del XIX secolo. In Libano Katchadourian e Racy[7] hanno appurato che  l’isteria di conversione costituisce un’alta percentuale dei disturbi nevrotici. Anche in Libia,  in Egitto e in India, i casi di isteria sono molto frequenti secondo i rilevamenti di  vari psichiatri transculturali.

Il confronto tra i vari tipi di disturbi psichiatrici che si manifestano in culture differenti porta ad   una serie di informazioni di estremo interesse. Non sono solo le caratteristiche individuali, ma anche quelle culturali che determinano differenziazioni sostanziali nelle risposte ai disturbi psichici. Prendiamo ad esempio le allucinazioni: viste  nel contesto religioso, Sant’Antonio d’Egitto, detto Abate,  che visse per settanta anni nel deserto in preda ad esse,  proprio perché rappresentavano la sua pia fuga dalla sessualità,  sono state considerate come manifestazioni meritorie di santità, laddove, invece, in un  ambito non religioso, fanno passare per malato di mente chi ne è affetto.

Altro dato importante è poter seguire i flussi migratori di determinate popolazioni per stabilire come esse reagiscono ai disturbi mentali ed emozionali nel paese dove sono andate a impiantarsi e se le manifestazioni dei disturbi mentali aumentano o diminuiscono nella gente quando  si stabilisce in un’altra area culturale.

Importante è dunque mettere in luce se il disagio e lo stress dello spostamento da un posto ad un altro e il vivere in un paese diverso da quello d’origine, possa causare, nella popolazione degli emigrati,  un maggior numero di malati psichici rispetto a quelli dello stesso tipo di popolazione che però sono rimasti nella patria d’origine.  

Un  fattore importante,  poco considerato dall’analisi statistica, ma che invece  è molto  utile, è testare, al momento della partenza, la mentalità e la psicologia  dell’emigrante. Conoscere “lo stato mentale di chi emigra”, significa potere definire se alla partenza vi sono contorni caratteriali particolari nell’animus di chi affronta l’emigrazione  rispetto a chi  resta in patria.  Ciò potrebbe esser utile quando si esamina  l’incidenza della malattia psichica tra quanti  si sono  stabiliti  in  un altro paese  e quelli che sono rimasti in patria. 

Da uno studio approfondito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si è anche appurato che molto spesso il destino dello schizofrenico cambia a seconda dello stile culturale della équipe psichiatrica e che secondo il tipo di approccio:  in alcune aree vi è guarigione, in altre la malattia permane in cronicità. Questa constatazione  induce a ritenere che psicologi e psichiatri dovrebbero utilizzare  oltre alla competenza clinica anche un sistema appropriato per decifrare i cliché del contesto sociale che hanno causato la malattia, e  prevedere quali  parametri sociali da  utilizzare per  ricostruire la serenità del malato

Note:

[1] G. Devroux , Saggi  di etnopsichiatria generale, Armando, Roma,1978.

[2] J. Spencer  The mental health of Jehovah’s Witness, in British Journal of Psychiatry,126-1975, p 556-559

[3] M.P.Janet, Les nèvroses, Paris, 1909

[4] T.Nathan, La follia degli altri, Ponte delle Grazie, Firenze,1990

[5] J.Leff, Psichiatrie e culture, Edizioni Sonda, Torino, 1992.

[6] M.E.Elsarrag, Psychiatry in the Northen Sudan: a study in comparative psychiatry, in “British Journal of Psychiatry”, n. 114, 1968.

[7] H. Katchadourian e J. Racy, The diagnostic distribution of treated  psychiatric  illness in Lebanon , in  “British Journal of Psychiatry”, 115, 1969.