La linea di demarcazione tra follia e normalità.
Pensiamo per esempio a Salvator Dalì, molte delle cui opere sono espressione di una mente dalle impressionanti e inquietanti rassomiglianze con quella di un maniaco omicida: nei suoi disegni ci sono corpi smembrati, segni di violenze, certamente prodotto di una inconscia fantasia malata che fortunatamente per Dalì si è estrinsecata nell’arte piuttosto che nel reale quotidiano. Nel quadro Lo spettro del sex appeal emerge un profondo sadismo. Sadismo che Dalì ancora bambino estrinsecò nella realtà in molte occasioni (uccidendo animaletti, spingendo un amichetto giù da un ponte etc etc) e che poi “convogliò” nella produzione artistica, estrinsecando finalmente il proprio sadismo la propria necrofilia e persino il propri istinto cannibalico solo in maniera artistica, cioè sublimata nei suoi quadri.
Le paure sessuali di Grosz e il suo terrore della donna lo portarono a dipingere corpi femminili deformati, alterati e mostruosi, affinché, diceva egli stesso, “il nudo femminile fosse il meno possibile desiderabile e peccaminoso”. Ma nel contempo egli esercitava il proprio sadismo sul corpo della donna dipingendolo in maniera oltremodo aberrante. In Omicidio in Acker Street. Grosz dipinse una donna seminuda distesa sul letto, con la testa mozzata e le mani tranciate. Uno scempio molto simile alla scena del crimine che si trova quando un maniaco sadico uccide una donna.
La creazione artistica – diceva Grosz – è il modo migliore per rendere innocue le nostre pulsioni interne.
Se questo può in parte essere accettabilmente vero, resta il fatto che le sue opere testimoniano pulsioni più o meno consce e maniacali da omicida seriale.
Sulla stessa linea, anche il cervello di un altro grande pittore, George Grosz, nei cui quadri sono presenti donne mutilate, squartate, violentate; un cervello, quello di Grosz, il cui il sadismo si rivela nella produzione artistica, un sadismo però non del tutto dissimile da quello di un serial killer, il quale “mette in pratica” lo stesso immaginario sadico di Grosz.
Stesso discorso si può fare per il pittore Otto Dix, i cui quadri sono l’espressione ossessiva della fantasiosa connessione tra eros e morte. Quando qualcuno gli chiedeva come mai fossero rappresentate tante violenze nei suoi quadri, Dix rispondeva che era stato “costretto” a farlo, sennò quelle impressioni orribili sarebbero rimaste “dentro” di lui e lo avrebbero ossessionato.
Insomma, Dix affermava d’avere adottato una psicoterapia nella esternazione visiva delle proprie angosce, che, riversate nella tela, lo dispensavano dal compiere gesti reali in tal senso. Otto Dix affermava con chiarezza che realizzare un crimine nell’immagine artistica è un escamotage profilattico che serve ad evita all’autore di compiere gesti reali inconsulti.
Il regista americano John Waters al quale furono contestate certe scene nei suoi film troppo crudeli, rispose che secondo lui la creatività può essere un buon veicolo di scarico grazie al quale l’artista soddisfa certe tendenze violente sublimandole con il simbolismo artistico.
Come si vede la linea di demarcazione tra normalità e follia è un sottile filo, che spesso può spezzarsi. Si veda il caso di tanti artisti che non sono riusciti, malgrado la sublimazione degli impulsi aggressivi tramite l’arte, ad essere immuni dal compiere realmente anche azioni criminose.