La malattia mentale

Alla malattia mentale, nell’antichità, venne dato scarso rilievo. In seguito, quando divenne un problema pressante, per  fronteggiarlo furono riaperti i lebbrosari, in queste  strutture venivano ricoverate le persone che avevano comportamenti strani.

Da quel momento un particolare tipo di umanità venne rinchiusa nei luoghi nei quali per secoli avevano avuto asilo i lebbrosi. A quelle che venivano chiamate “teste pazze”, vennero associati i poveri e i vagabondi, personaggi scomodi che si avviavano ad essere  considerati più o meno folli. Le stranezze dei pensieri dei malati di mente e i loro comportamenti vennero attribuiti a colpe morali o sociali, fatti commessi da loro stessi oppure erano riflesso di colpe dei loro ascendenti, e a causa delle quali,  i matti, espiavano con la loro insanità mentale, le “responsabilità” dei loro parenti.

In molte culture  extraeuropee  coloro che avevano fabulazioni incomprensibili, che parlavano con l’aldilà, che vedevano spiriti, che avevano contatti con forze sconosciute, erano ritenuti dei privilegiati, dei predestinati dagli dei.

In seguito, quando la società occidentale evolse modernamente, l’uscire fuori dall’ordine costituito mise in luce la condizione di devianza e la follia prese la via dell’esclusione e  dell’internamento.

Prima di quel tempo i malati di mente gironzolavano in strada oppressi dai loro fantasmi mentali, farfugliando, biascicando, gridando, camminando nudi, molestando la gente e chiedendo l’elemosina. Nessuno si curò concretamente di loro fino al XV secolo quando le città cominciarono a provare  una forma di  rigetto per quel tipo di umanità la cui sofferenza era spesso incompresa o sottovalutata.

Nel Medio Evo, a poco a poco,  la paura della follia prese il posto del precedente orrore della lebbra, e creò raccapriccio nella “gente per bene”, tant’è  che s’aprì la caccia ai matti, mandati via dalle città così come s’era fatto nei secoli precedenti con i lebbrosi.  Si cominciò a capire  che il fenomeno della malattia mentale era complesso e si ritenne che quel morbo non fosse paragonabile alla lebbra, la quale era una malattia solo fisica;  alla follia si attribuirono anche connotati psicologici ed esistenziali mai prima d’allora riconosciuti per altre malattie. Tuttavia, anche per la follia, come per la lebbra, si operò con rituali di purificazione. Spesso  si andava per le spicce: gli insensati venivano frustati pubblicamente e malmenati persino per divertimento. Ciò scaricava le tensioni della popolazione assillata dai comportamenti dei matti,  “puniti” così per il disturbo arrecato alla quiete pubblica.

Una misura adottata per sbarazzarsi dei folli era quella di  affidarli a marinai che li caricavano nelle stive per poi abbandonarli in isole deserte o in porti lontani. Verso la fine del Medioevo il problema dei malati mentali assunse rilevanza pregnante e  nacque così tutta una letteratura di racconti e di favole in cui erano protagonisti i matti. La follia venne paragonata alla morte, perché essa fatalmente riduce l’individuo al nulla, proprio come fa la morte.

Allo stato mentale alterato, con la sua esperienza tragica e cosmica, non poteva che  essere associata  l’idea della morte, e come la morte la follia era sentita una  minaccia per l’esistenza  perché  rendeva deboli e meschini di fronte alla vita. La follia, mettendo a nudo le debolezze del mondo, mostrava, così come la morte, che anche la vita è un insieme di momenti fatui, di fatti senza senso. Si immaginò allora che i  folli, con la loro assenza d’interesse per quelle cose per cui l’altra umanità, quella “normale” s’accapiglia, lotta forsennatamente, e persino ammazza, in pratica palesavano molto più buon senso di coloro che vengono considerati sani di mente.

La definizione di “follia” è ambigua, inafferrabile. Sia la medicina che la filosofia la interpretano e la spiegano  con vari termini, ma la condizione della insanità mentale è pur sempre oscura. L’enigma della mente resta sempre imperscrutabile, sicché l’espressione “malattia mentale” continua ad essere tenacemente sfuggente. La connessione  tra follia e imprinting sociale è un problema delicato. In qualche caso sono stati considerati matti non solo coloro che presentavano turbe mentali accertabili psichiatricamente,  ma quanti hanno creato scandalo contrastando con il loro comportamenti e le loro idee  i principi sociali del tempo. Talvolta sono stati giudicati come “devianti” persino  i precursori di grandi sconvolgimenti politico-sociali. 

Dal XVIII secolo in poi in Occidente il trattamento della follia  passò dall’immobilizzo del matto, com’era nei secoli passati,  al  recupero psicosociale.  La psichiatria cominciò ad ascoltare il malato di mente e gli riconobbe il “privilegio” di esprimersi anche mediante l’inconscio.

Alla fine del ‘700, Philippe Pinel, medico alla Salpêtrière, ritenne di avere scoperto una relazione tra lo stato maniacale e le alterazioni dei gangli nervosi; ma  andò oltre, e  rivoluzionò il sistema di cura dei malati mentali. Egli col permesso della Convenzione sostituì i mezzi repressivi, fino a quel tempo unica “cura” della  malattia mentale, con la psicoterapia del lavoro.   

Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento un considerevole numero di ricercatori ha affrontato lo studio della malattia mentale. Nel 1862 Lemoirne attribuiva alla follia una predisposizione innata. Alla teoria della ereditarietà delle malattie mentali seguì la ricerca genetica. Rosenthal ritenne che le turbe mentali fossero più frequenti nei gemelli monozigoti che nei dizigoti.   Comte invece era convinto di trovare un legame tra i fatti sociali e le malattie mentali, mentre Morel negò questo legame e attribuì ad alterazioni di carattere fisiologico il disturbo mentale.

Alla Salpêtrière di Parigi, nel 1882 Jean-Martin Charcot istituì una cattedra di clinica delle malattie nervose.  Egli fu tra i  primi studiosi a cercare le cause dell’isteria e ad iniziare lo studio scientifico dell’ipnosi. Charcot considerò il malato di mente come una persona bisognosa di cure e non  un soggetto da  reprimere e imbavagliare.  L’isteria è un termine obsoleto, ma­schilista, ormai dimenticato. Così la pensano oggi la maggior parte degli psichiatri. Eppure c’è chi ha “fotografato” la malattia per la prima volta riportando in auge un morbo in realtà tutt’altro che sparito.Studiosi di Sydney hanno utilizzato stru­menti diagnostici alla avanguardia, la Pet e la Spect, e hanno propriamente visto ciò che accade in un cervello devastato dalla malat­tia. Coinvolte sono le aree emozionali e quel­le legate al coordinamento dei movimenti, a riprova della spiccata “fisicità” della patolo­gia. Tutto da rifare quindi per gii psichiatri? Non proprio. In fin dei conti, spiegano i me­dici, il termine isteria non si usa più (è sparito da decenni dal Dsm, manuale che classifica le malattie psichiatriche) ma i malati di iste­ria (adesso non si chiamano più isterici ma con altri nomi più tecnici e specifici) ci sono ancora. E quel che è importante sottolineare è che il fenomeno non riguarda solo gli ap -partenenti al genere femminile: ci sono an­che maschi, circa il 10 per cento dei malati.Oggi in particolare il termine isteria è stato sostituito da “reazione dissociativa” e “rea­zione di conversione”.Nel primo caso il paziente malato non si riconosce più, può sviluppare una voce di­versa dalla propria, e parlare altri idiomi. Nel­l’altra variante si ha invece a che fare con per­sone che addirittura possono subire paralisi degli arti e soffrire di anoressia. In generale, dicono gli specialisti, la personalità isterica si contraddistingue per l’immaturità e l’infan­tiismo. Si tratta di soggetti che, anche da adulti, non raggiungono un’indipendenza af­fettiva, sono volubili e capricciosi, si espri­mono con teatralità. Gli isterici hanno una certa difficoltà a valutare la realtà, pretendo­no l’immediato soddisfacimento dei loro bi­sogni, sono facilmente distralbili e impres­sionabii.Secondo alcuni scienziati gli attacchi di pa­nico, oggi tanto diffusi, sarebbero la versione moderna della vecchia isteria. Anche qui in­fatti sono strettamente coinvolte emozioni e sintomi fisici. In particolare sono le emozioni vissute in modo abnonne a scatenare crisi ‘fisiche” come tachicardia, respirazione alte­rata, annebbiamento della vista, giramenti di testa, vertigini, sudorazione alterata, tutti sin­tomi accompagnati da una serie di sensazio -ni che non permettono di essere lucidi nelle azioni e nei pensieri.La psicoterapia però può aiutare i pazienti isterici ad avere una visione meno distorta del mondo, ad osservare con maggiore atten­zione gli eventi, a fissarli in memoria, a rico­noscere le proprie emozioni e a controllarle. Sembrano essere utili le terapie di gruppo, dove gli isterici sono ammirati per la loro ca­pacità ad esprimere le emozioni e riescono a conquistare le simpatie degli altri pazienti grazie alla loro naturale abilità nell’instaurare relazioni. In Italia gli isterici rappresentano circa il 2,5 per cento della popolazione. 

La depressione: la causa nel talamo uno studio Usa riscontra eccesso di neuroni in quello dei malati . Il sovraffollamento cellulare nella parte del cervello che controlla le emozioni, nel talamo, sembra sia la causa della depressione. Lo ha scoperto un gruppo dell’università del Texas che ha analizzato tessuto cerebrale da vari cadaveri. E’ stato notato che nelle persone morte durante un grave stato depressivo, il talamo è più grande del 16% rispetto alla norma e che la quantità di neuroni è maggiore del 31% rispetto a quella presente nel talamo di individui sani.


Com’era intesa la follia  nel passato?
Un tempo la follia fu  poco presa in considerazione e non fu mai studiata in maniera  approfondita. Per secoli, prima che la malattia mentale fosse inquadrata come entità nosografica, non si fece distinzione  tra  stupidi, stolti, dissipatori,  sbandati, e coloro che presentavano disturbi psichici di rilievo.

Tutti costoro affollavano quotidianamente le strade e  facevano parte della “gente comune”, senza che venissero identificati con differenze di rilievo. 

Prima di arrivare  ad una disciplina scientifica che avesse come oggetto  la lotta contro la malattia mentale, bisognò sgombrare il campo da pregiudizi sociali e dalla insensibilità con la quale venivano valutati i comportamenti  insensati.

Si dovette attendere che la società si sensibilizzasse alle espressioni patologiche che per molti secoli furono ritenute esclusivamente comportamenti  bislacchi,  e si dovette cancellare la credenza che i disordini della mente fossero dovuti all’opera di  un dio o di una entità punitiva.

L’idea di una disciplina (la psichiatria) che affrontasse i problemi inerenti al disturbo mentale fu a lungo del tutto assente. I morbi che nell’antichità  assillavano maggiormente la popolazione erano la tubercolosi, la  sifilide (le cui prime notizie si hanno a datare dal 7000 a.C.- malattia di cui parla anche la Bibbia “in: Numeri, 25”) e  la lebbra. Quest’ultima apparve in India (nel primo Millennio a.C.), e per secoli si diffuse nel Medioevo.

Per quanto riguarda le malattie fisiche  in passato vi era la tacita  convinzione che re e imperatori avessero virtù curative.

Il re dell’Epiro, Pirro,  era, secondo Plinio, un buon mani­polatore e curava varie malattie.  Nell’Epiro egli aveva fama di guarire le affezioni gastriche, appoggiando la sua mano sul ventre del malato. In Francia la tradizione dei re guaritori iniziò con Luigi IX il Santo. Secondo qualche storico, addirittura  il primo re con questi poteri fu  il figlio di Ugo Capeto, Roberto II il Pio.

La leggenda dell’esistenza di tale caratteristica regale durò fino a Luigi XVI. 

Riferisce lo storico Marc Bloch ne I re taumatur­ghi,  che, secondo i racconti del tempo, la gente era convinta che il potere regio guariva la scrofola o tubercolosi linfonodulare, chiamata “morbus regius” proprio perché il guarirla era  una esclusiva preroga­tiva regale. Ma anche l’epilessia e l’itterizia facevano parte dei malanni che solo la regalità poteva far cessare.

Filippo di Valois ne avesse addirittura “toccato” in una seduta più di 1500. Luigi XIV anche  sul letto di morte  proseguì la sua opera di guaritore, “toccando”, prima di spegnersi, più di mille malati. Ma il primato spetta a Luigi XVI, che il giorno della sua incoronazione, impose la sua mano guaritrice su 2400 sudditi.

Si racconta che Carlo VII abbia preteso di essere investito di tutte le prerogative regie, compresa quella delle guarigioni.

L’etnologo James Frazer sottolinea che simili usanze in altre culture appartengono al lavoro degli stregoni. In Europa l’incoronazione regia comprendeva anche l’unzione con l’olio santo contenuto nella “Santa  Ampol­la”. Ciò conferiva al re la capacità di guaritore.

La capacità di guarire veniva attribuita ai re perché erano ritenuti unti della investitura divina. Dio consacrava il re, e, assieme  allo scettro, gli concedeva facoltà di procedere alla guarigione dei sudditi. L’investitura regia era sacra e di conseguenza comportava  capacità taumaturgiche. I Faraoni erano dei , e come tali avevano facoltà e capacità che i comuni mortali non potevano avere.

Poiché era al dio che gli infermi si rivolgevano per essere guariti, essi  pregavano il dio che li governava chiedendo di essere aiutati. Nelle prerogative taumaturgiche reali c’erano anche delle specializzazioni: una vecchia diceria riteneva che nessuno guarisse meglio dei re iberici gli indemoniati, mentre era assodato che i monarchi inglesi erano specialisti nel far cessare l’epilessia e le malattie mentali.

Portavano lustro e prestigio alle dinastie regnanti l’essere terapeuti. Edoardo II introdusse l’usanza di concedere una somma di denaro il giorno del Venerdì Santo, perché si fabbricassero i “cramprings“, cioè gli anelli  “tauma­turgici”.

Formule e cerimoniali si svolgevano nel modo seguente: il malato s’inginocchiava davanti al sovrano che, poggiandogli la mano sulla parte malata pronunciava pres­sappoco questa frase: «Il re ti tocca e Dio ti guarisce».  Qualche sovrano  non ammetteva di essere un semplice mediatore del potere divino di guarire. Carlo V di Francia, per esempio, riteneva che a lui la virtù miracolosa provenisse direttamente dal Padreterno.  D’altronde Carlo V, detto il Saggio, doveva pur rifarsi la reputazione dopo la sconfitta francese a Poitiers contro gli inglesi. Addirittura sembra che abbia spinto lo storico Jean Golein a scrivere il Traité du sacre per testimoniare le qualità taumaturgiche di cui si riteneva investito.

Per secoli la fiducia sui poteri taumaturgici è rimasta intatta a causa del  terreno fertile della credulità popolare. Chiunque avesse un po’ di carisma  induceva a credere di essere in grado di guarire malattie creando una sudditanza psicologica  che non si è modificata nei secoli.

Ancora oggi il fascino e lo strapotere dei guaritori e la superstizione nutrono le antiche credenze. I maghi utilizzano la suggestione creata dalla tecno­logia per conferire credito ai loro poteri. L’occulto e il paranormale, propagandati sotto l’aspetto di fatti scientifici, hanno presa tra le masse, affascinate dai termini tecnici utilizzati. Si crea così un miscuglio di fantasia e scienza pericolosamente irrazionale e morbosamente rischioso. Il linguaggio dei fantomatici guaritori mutuando  quello tecnico-scientifico induce a credere nell’efficienza degli interventi degli occultisti

Molti esempi di pratiche occulte demenziali e a volte persino crudeli, dimostrano ignoranza dei principi più elementari del buon senso. In questi casi non si può che essere  sorpresi e sbalorditi per la credulità con la quale la gente si sottopone all’operato dei maghi.