Terapie transculturali, mistiche e sociali. La suggestione

Afferma Tobia Nathan[8] che si possono rifiutare le divinità di vario genere, si può rifiutare il Cristianesimo, o la razionalità scientifica, ma è difficile che venga rifiutata la magia.  Poiché il fine di ogni psicoterapia è aiutare a vivere serenamente, oltre alle terapie praticate dai terapisti classici, vi sono quelle atipiche,  dei pranoterapeuti e perfino quelle dei maghi. Può accadere così che  interventi terapeutici ritenuti dei placebo, come le pratiche esoteriche, abbiano successo. Il terapeuta  europeo non  sempre può entrare in sintonia con chi è di cultura diversa dalla sua ed è in questi casi che interviene lo sciamano. Gli etologi hanno preso l’abitudine che chiamare sciamani, stregoni, maghi, quegli individui che hanno un certo carisma su un gruppo di persone e che su di esso esercitano una funzione psicoterapeutica. Secondo G. Róheim[9] lo sciamano si comporta, senza saperlo, come uno psicoanalista «selvaggio».

In Africa, per esempio,  calmare l’angoscia  o la depressione, entità cliniche rilevate anche in quel continente, non sempre hanno successo le terapie di cultura  occidentale e necessitano quelle specifiche del luogo. Del resto anche in Occidente, in certe aree culturali non sempre le psicoterapie  sono  accette; sono molte infatti sono le religioni che mostrano diffidenza verso i terapeuti.

Scrisse Freud «A questo proposito vorrei dire che non credo che i nostri successi terapeutici possano competere con quelli di Lourdes; le persone che credono nei miracoli della Santa Vergine sono molto più numerose di quelle che credono nell’esistenza dell’inconscio. Se ci volgiamo a considerare la concor­renza terrena, dobbiamo collocare la terapia analitica accanto ad altri metodi psicoterapeutici, essendovi oggi ben pochi trattamenti fisico‑organici di stati nevrotici, meritevoli di essere menzionati».

La fede in qualche modo può frenare l’angoscia e l’adesione alla religione  può essere un rimedio e persino una profilas­si. A meno che non siano proprio dubbi e angosce  religiose a scatenare il conflitto interiore. Sebbene Freud fosse alquanto scettico a proposito della funzione terapeutica della fede, e sostenesse che il credente  è indotto a sminuire il valore della vita e a deformare l’immagine del mondo reale, tuttavia malgrado questo giudizio non poté fare a meno di notare testualmente che: “la religione riesce a risparmiare a molta gente la nevrosi individuale”. La religione ha il vantaggio di considerare la sofferenza un “riscatto”, e per questo in certi casi  stimola la rassegnazione. In coloro invece che non accettano l’irrazionale  e le contraddizioni dei misteri insiti in ogni fede, il pensiero religioso, creando con­flittualità, può originare situazioni nevrotiche.    Osserva l’antropologo Rogers Bastide[10] che   la valenza reli­giosa è presente in ogni cultura e determina una particolare forma mentis. Gli studi condotti negli Stati Uniti mostrano che sulla gente ha più influenza la fede religiosa di quanto non ne abbiano le tradizioni, i costumi e la cultura etnica di appartenenza. La mentalità tipica di un gruppo etnico cede il passo – secondo alcune ricerche fatte in proposito da Bastide – agli insegnamenti e alla mentalità religiosa! 

Sempre secondo R. Bastide: «Il fatto è che la religione, per quanto dimenticata, ha modellato la cultura di un popolo di generazione in generazione, definendone i costumi secondo regole implicite, specialmente nel modo di alleva­re i figli». 

I principi del culto, anche  se  poco praticati, restano  determinanti e sono radicati nelle strutture sociali, nelle credenze e nei precetti morali. Nelle attese e nelle speranze i credi religiosi permangono a volte anche mistificati e nascosti,  persino sotto forma di superstizione. Molte persone, la cui fede tiepida sembra non dar credito alla religione, si appoggiano all’occultismo e alla magia che ne rappresentano l’alternativa. Questo avviene  non solo nei continenti extraoccidentali ma anche nella cultura europea e occidentale. L’International Cooperative Biodiversity Group,  forse fiutando l’interesse della gente per la magia, forse anche per puro spirito di ricerca, è riuscito a suscitare  e concretizzare l’interesse per “la medicina alternativa” in alcune Università site in territori con significativa presenza di quel tipo di medicina transculturale (Argentina, Camerum, Cile, Costa Rica, Messico, Perù e persino  Stati Uniti) coinvolgendo, pare, anche la Bristol Myers Squibb per finanziare un piano di studi che possa vagliare ciò che v’è di utile nelle antiche conoscenze terapeutiche. Ma al di là di questo tipo di ricerca che, tutto sommato,  potrebbe essere un proficuo stimolo per un studio storico-antropologico che appuri quanto vera sia la cosiddetta saggezza ancestrale, la fragilità emotiva e la suggestionabilità di chi soffre del male oscuro, spingono verso il guaritore atipico (o transculturale). La suggestione  e  l’influenza  dell’occulto sono forti in chi crede e in chi confida nei poteri magico-extrasensoriali.

Racconta l’antropologa Margaret Mead in Sesso e temperamento[11] che gli aborigeni della Siberia conferivano dignità sacerdotale agli individui dal siste­ma nervoso instabile. Essi li eleggevano al rango di sciamani e le loro sentenze, ritenute di ispirazione soprannaturale, erano valide per tutti i membri della tribù. Gli sciamani, presso i popoli primitivi, assumono la figura  di “sacerdoti guaritori”  e il loro intervento suasivo ed ipnotico produce effet­ti rilassanti. Non bisogna meravigliarsi di simili credenze, in quanto in quasi tutte le religioni primitive, anche quelle occidentali, i sacerdoti furono identificanti  come guaritori. Per tradizione in fatto di salute, anche oggi, sono chiamati anche in causa i Santi e molti di essi sono stati nominati protettori di malattie.( S. Ignazio è protettore delle appendiciti, Benedetto da Norcia è chiamato contro gli avvelenamenti, S. Stefano influirebbe contro i calcoli renali, S. Giorgio contro le epidemie, S. Caterina d’Alessandria preserva dall’aborto, S. Bernardo da Chiaravalle è il protettore degli epilettici, S. Biagio eviterebbe le malattie della gola e persino ultimamente è stato nominato, contro la piaga dell’AIDS,  San Luigi Gonzaga  santo famoso per la sua opera di assistenza)    

Osserva Julian Leff4 che i guaritori e gli  esorcisti sono abili nel comprendere quando un malessere con sintomi fisici  dipende da problemi di natura psicologica. In questi casi si comportano come i medici occidentali che praticano la medicina psicosomatica. Lo psichiatra M. Nichter[12] osserva che nel sud dell’India l’angoscia nevrotica è manife­stata con vertigini e capogiri e che i guaritori  a conoscenza della simbologia che rappresenta il Tale tirigutade (espressione indiana per giramento di testa) intervengono  rassicurando i malati che non si tratta di guai fisici. 

Anche la superstizione, nell’ambito di una certa cultura, produce effetti  benefici in  chi si affida alla sua forza e riesce a sedare l’angoscia. Salvo poi, alla lunga, a procurare una vera e propria alienazione nei soggetti che si sottomettono ad esorcismi sempre più complessi e fuorvianti.

Chi crede nelle terapie che hanno a che fare col paranormale sostiene di averne  beneficio e non gli interessa che al riguardo non esiste una scientificità dimostrata. Del resto, sostiene qualcuno, nemmeno  i risulta­ti delle psicoterapie sono verificabili  scien­tificamente  e tutta l’operazione terapeutica è lasciata alla valutazione soggettiva del terapeuta e a quella personale del malato. Per questo motivo c’è chi trova persino difficile stabilire una netta demarcazione tra le psicoterapie scientifiche e quelle alterna­tive. La fiducia nel carisma del terapeuta è determinante sia nel caso di terapia occidentale che in quella transculturale.

Secondo lo storico  Gustave Jahoda[13] non è possibile  fare una distinzione tra società affrancate dalla superstizione e popolazioni superstiziose. L’inchiesta di Jahoda mette in luce che l’unica diversificazione possibile è il grado maggiore o minore di influenzabilità  delle  popolazioni e la percentuale di persone che si affidano alla superstizione. In Europa operano con discreto successo e a tempo pieno, medium,  pranoterapeu­ti, guaritori e  veggenti. Secondo i rilevamenti di Jahoda, in Inghilterra una persona su dieci sarebbe superstiziosa e in Germania la percentuale è  ancora più alta. Un’inchiesta del giornale “Le Monde” rileva che metà dei francesi crede nella trasmissione del pensiero e il 40% si è dichiarato convinto che carattere e personalità dipendano dalle congiunzioni astrali. Un’alta percentuale di persone ritiene che i sogni sono rivelazioni e anticipazioni del futuro e che  la preveggenza sia un evento possibile.

L’astrologia ha un fascino irresistibile: giornali e  programmi televisivi danno ampia ospitalità alle previsioni astrologiche. In alcuni Stati esistono servizi telefoni­ci che per una manciata di scatti forniscono oroscopi accreditati dall’essere prodotti da un  servizio pubblico.

Poiché l’umanità  non è uscita ancora dalla sua infanzia e ha bisogno di essere protetta dai genitori o da loro  sostituti, essa si affida al potere rassicurante e protettivo di veggenti e guaritori, figure transferenziali, sostituti dei genitori, che tranquillizzano i più suggestionabili.

Sebbene, ovviamente, i terapeuti classici non ammettano  che la super­stizione e la magia possano  scon­figgere l’angoscia, tuttavia non è possibile negare che si praticano con successo anche in Europa. Nelle culture extraeuropee i malati di psicosi e di nevrosi ricevono, al manifestarsi dei primi sintomi, il primo trattamento terapeutico dai guaritori. Questo genere di intervento  è talvolta richiesto anche dai malati occidentali quando disperano della medicina ufficiale. Quando poi si verifica una remissione spontanea il caso viene esaltato per avvalorare il potere di guarigione delle forze occulte.

Una delle tecniche utilizzate dai guaritori nelle aree transculturali, per combattere il male  è quella   di “estrarre” dal corpo del paziente la “causa” del fastidio. Esempio classico sono i guari­tori delle Filippine, che per anni hanno avuto un grande successo e un business incredibile. Non solo ipocondriaci ma anche malati  gravi e incurabili fecero il viaggio fino  a Manila  ove i  manipolatori “operavano” senza bisturi e senza  tagli, sostenendo di  guari­re qualsiasi male con formule magiche e  toccamen­ti. Gli aeroporti filippini furono testimoni di questo assurdo pellegrinaggio. 

guaritori attribuiscono alle malattie le origini più strane. C’è chi ritiene che il malessere nevrotico sia causa­to da “vermi” che si installerebbero nel cervello  oppure e che gli spiriti maligni sarebbero entrati nella mente del malato. In ogni caso, secondo i guaritori, il rimedio è  espellere dal malato la causa del malessere. I sintomi dei disturbi isterici sono fatti regredire (temporaneamente) dai guaritori  mediante varie forme di suggestione, dando così l’illusione della avvenuta guarigione.

Ma “ordinare agli spiriti maligni” di andar via dalla mente non è una procedura di esclusiva origine tribale. Nel Vangelo di Luca(8,27-33) si legge che Gesù ordinò agli spiriti maligni di un indemoniato (oggi diremmo uno psicopatico) di abbandonare il corpo dell’individuo posseduto e di entrare in un branco di maiali che, subito dopo, si suicidarono gettandosi nel lago. Anche nelle guarigioni operate al tempo di Gesù è presente l’elemento purificatore dell’acqua, tuttora operante nei riti terapeu­tici dei guaritori del XX secolo.

Gli stati di “possessione” come qualsiasi situazione psichica alterata hanno da secoli, una terapeutica alternativa non solo nei paesi transculturali ma anche in quelli occi­dentali. In ogni tempo è stata forte, ad esempio, la convinzione che   re e imperatori avessero virtù terapeutiche. Tacito riferisce che l’imperatore Vespasiano era molto amato dai suoi sudditi perché donava la vista ai ciechi. Il grande Adriano aveva il potere di ridare la salute agli idropici e Pirro  era secondo Plinio, un buon mani­polatore. Il re dell’Epiro aveva fama di guarire le affezioni gastriche, appoggiando la sua mano sul ventre del malato.

In Francia la tradizione dei re guaritori  secondo alcuni storici iniziò con Luigi IX il Santo, secondo altri studiosi il primo re con questi poteri fu il figlio di Ugo Capeto, Roberto II il Pio. La credenza in questa caratteristica dei re durò fino a Luigi XVI.  Riferisce lo storico Marc Bloch ne I re taumatur­ghi,[14] che secondo i racconti del tempo, il potere regio guariva la scrofola (tubercolosi linfonodulare), allora detta “morbus regius”. E guarire questa malattia era  proprio una esclusiva preroga­tiva reale. Anche l’epilessia e l’itterizia facevano parte dei malanni che solo la regalità poteva far cessare.

Si narra che Carlo X avesse guarito in un giorno 120 persone e che addirittura Filippo di Valois ne avesse “toccato” in una sola seduta più di 1500. Luigi XIV anche sul letto di morte aveva proseguito la sua opera di guaritore, “toccando”, prima di spegnersi, più di mille malati. Ma il primato spetta a Luigi XVI,che il giorno della sua incoronazione, impose la sua mano guaritrice su 2400 sudditi. Si racconta che Carlo VII abbia preteso di essere investito di tutte le prerogative regie, compresa quella delle guarigioni. L’etnologo James Frazer[15] sottolinea che simili usanze in altre culture appartengono al lavoro degli stregoni. L’incoronazione regia comprendeva anche l’unzione con l’olio santo contenuto nella “Santa  Ampol­la”. Questo conferiva al re la capacità di guaritore. I re inglesi procedevano spesso alla cura “magica” dei loro sudditi mediante toccamenti e lavaggi.

In Inghilterra l’usanza ebbe inizio nella metà dell’anno Mille con Edoardo il Confessore il quale intro­dusse la prerogativa che rendeva sacra l’investitura regia, cioè la capacità taumaturgica. In questo campo c’erano anche delle specializza­zioni: nessuno guariva meglio dei re iberici gli indemoniati, mentre era assodato che i monarchi inglesi erano specialisti nel far cessare l’epilessia.

Anche le regine erano guaritrici. Famosa è la consacrazione degli anelli fatta da Maria la Cattolica, figlia di Enrico VIII, che la regina distribuì santificati dal suo tocco reale, ai malati. Quegli anelli miracolosi vennero richiesti anche al di fuori dell’In­ghilterra e  portarono lustro e prestigio alle dinastie regnanti. Edoardo II introdusse l’usanza di concedere una somma di denaro il giorno del Venerdì Santo, perché si fabbricassero i “cramprings”, cioè gli anelli  “tauma­turgici”.

Le formule e i cerimoniali erano questi: il malato s’inginocchiava davanti al sovrano che, poggiandogli la mano sulla parte malata pronunciava pres­sappoco questa frase: «Il re ti tocca e Dio ti guarisce». Qualche sovrano, però non ammetteva di essere un semplice mediatore del potere divino di guarire. Secondo Carlo V di Francia non c’era bisogno di ricorrere a questa formu­la: a lui la virtù miracolosa proveniva direttamente dal Padreterno. D’altronde Carlo V, detto il Saggio, doveva pur rifarsi la reputazione dopo la sconfitta francese a Poitiers contro gli inglesi. Addirittura sembra che abbia spinto lo storico Jean Golein a scrivere il “Traité du sacre” per testimoniare le qualità taumaturgiche del re.     Per secoli la fiducia sui poteri taumaturgici  ha  creato un  terreno fertile di credulità. Chiunque avesse un po’ di carisma  induceva gli altri a credere di essere in grado di guarire qualsiasi malattia creando una sudditanza psicologica   che non si è modificata nei secoli. Il fascino, lo strapotere dei guaritori e la superstizione nutrono le vecchie credenze. Molti “maghi” utilizzano la suggestione della tecno­logia per conferire più credito ai loro poteri. L’occulto e il “paranormale”, propagandati sotto l’aspetto di fatti scientifici, hanno più presa tra le masse, affascinate da termini tecnici utilizzati, in altro ordine di cultura, dalla scienza ufficiale.

Si crea così un confuso miscuglio di fantascienza che induce ad accettare principi e terapie che sono pericolosamente irrazionali e morbosamente rischiosi. Molti sono gli esempi di pratiche occulte demenziali: alcune sono così crudeli  e dimostrano una tale ignoranza dei principi più elementari del buon senso, che lasciano davvero sorpresi e sbalorditi per la credulità con la quale certa gente le accetta e si sottopone ad esse.

I seguaci dell’astrologia, della medicina parascientifica, dello spiritismo  per far presa sul pubblico e avvalorare i loro fantomatici ed ipotetici poteri, adottano espressioni messianiche. Il linguaggio dei guaritori mutua  talvolta  quello tecnico-scientifico e,  grazie a questa  terminologia usata però impropriamente, la gente è indotta a credere  nell’efficienza degli interventi degli occultisti.

La  fondatezza di un oroscopo  viene inoltre avvalorata se esso è prodotto da un computer. Sono più convincenti e accattivanti i vistosi mar­chingegni elettromagnetici adoperati per la conoscenza del futuro. Talvolta la “fama” conferisce ad un occulti­sta un credito che un luminare della medicina non ha.     Diceva giustamente il presidente americano J. F. Kennedy che il più grande nemico della verità non è la menzogna, ma il mito. La suggestione  ha un effetto dirompente ed  è una trappola alla quale poca gente riesce a sfuggire. La fidu­cia nelle forze “ignote” è imponderabile e rassicura più della medicina classica.

Il filosofo Davide Hume[16] sosteneva che l’uomo è portato a stabilire ragioni sufficienti per razionalizzare l’esistenza di poteri invisibili. L’uomo primitivo “deificava” piante, animali, oggetti inanimati e forze della nature come il fulmine e il tuono. L’uomo moderno, più scaltro e smaliziato,  crede in intelligenze invisibili e sofisticate.

Afferma Hume che alcuni eventi naturali, che al lume della ragione dovrebbero essere di ostacolo per il riconoscimento di una forza suprema “intelligente”, in realtà finiscono per essere  argomenti che sono ritenuti atti a dimostrarne proprio l’esistenza! I disordini, i disastri, le incongruenze della natura e dell’uomo – sostiene Davide Hume -, generano nell’uomo ferree convinzioni riguardo all’esistenza di forze sovrannaturali ignote ed inesplicabili. Quando il panico ha invaso la mente, la fertile fantasia moltiplica sempre più i motivi per avere terrore e sempre più sviluppa  la necessità di votarsi a qualcuno  per essere salvati.

Gli spettri di forze distruttive si presentano sotto le più spaventose sembianze. E l’immaginazione umana cerca la salvezza, a volte, anche là dove c’è la più abietta perversità.

 L’elenco dei folli traghettatori di anime, personaggi cupi, predicatori che sono stati a capo di sette salvifiche, e che hanno promesso la redenzione e  invece hanno condotto il loro popolo alla distruzione è molto vasto. Uno di questi guaritori e redentori psicopatici fu Jim Jones, che portò il suo “popolo”, dopo la fuga dalla California,  ove vennero considerati dei matti, nella terra promessa della Guyana, e che, arrivati nella jungla,  nel 1978  impose ai 911 affiliati la morte come liberazione. L’elenco dei fatti del genere, accaduti nel XX secolo, è lungo ed orribile: nel 1985 vi fu il suicidio collettivo della tribù Ata, che “andò a trovare il dio della luna”; nel 1987 nella Corea del Sud, i seguaci del Park Soon Ja, furono massacrati  dai capi i quali poi si suicidarono. Nel 1990 in Mexico  si diedero la morte gli adepti del tempio di Mezzogiorno; in Texas, a Waco, nel 1993, dopo avere annunziato il suicidio collettivo, ed essere stati circondati per 51 giorni dalla polizia, i seguaci di David Koresh si diedero fuoco e si suicidarono in massa. Episodi del genere sono accaduti nel Vietnam, in Giappone, in Francia, in Svizzera e in Canada.

Nel Medio Evo, per esempio il bagno, soprattutto quello preso ad una certa temperatura, era ritenuto uno stimolo erotico e per questo motivo veniva sconsigliato dalle autorità ecclesiastiche. Secondo alcuni storici a quei tempi di solito le persone facevano un solo bagno in tutta la loro vita: quello battesimale. Pare che molti asceti nell’antichità aborrissero il bagno ritenendolo fonte di pericolose  voluttà. Si racconta che santa Agnese morì giovanissima  senza essere stata “contaminata” dall’acqua e che molti santi, come santa Caterina e san Francesco, non erano soliti fare alcun tipo di abluzione proprio per evitare sollecitazioni erotiche e conseguenti sensi di colpa.         

Se la riluttanza al bagno nel periodo del Medio Evo fu considerata una pia consuetudine per evitare il peccato, oggi  invece l’individuo che vive nello stesso sudiciume in cui molti vivevano allora, può incrementare il sospetto che  la propria carenza di pulizia possa nascondere  qualche devianza mentale. E’ chiaro dunque che colui che entra in conflitto con le idee della comunità viene emarginato e ritenuto “diverso”.   

Tutto ciò è un aspetto della insensatezza umana, non codificato come “malattia”; ma non si può non riflettere seriamente su alcuni percorsi della mente e su certe quotidiane stupide credenze.

Per secoli, anche  nei paesi europei,  si ritenne che vi fossero persone dotate di particolari qualità terapeutiche. A tal proposito bisogna ricordare che in ogni tempo è stata forte la convinzione che re e imperatori avessero virtù curative. e il re dell’Epiro, Pirro,  era, secondo Plinio, un buon mani­polatore. Il re dell’Epiro aveva fama di guarire le affezioni gastriche, appoggiando la sua mano sul ventre del malato. In Francia la tradizione dei re guaritori iniziò con Luigi IX il Santo. Ma  secondo qualche storico, addirittura  il primo re con questi poteri fu  il figlio di Ugo Capeto, Roberto II il Pio.

La leggenda dell’esistenza di tale caratteristica regale durò fino a Luigi XVI. 

Riferisce lo storico Marc Bloch ne I re taumatur­ghi,  che secondo i racconti del tempo, il potere regio guariva la scrofola o tubercolosi linfonodulare, chiamata “morbus regius” proprio perché il guarirla era  una esclusiva preroga­tiva regale,.

Ma anche l’epilessia e l’itterizia facevano parte dei malanni che solo la regalità poteva far cessare.

e  Filippo di Valois ne avesse addirittura “toccato” in una seduta più di 1500. Luigi XIV anche  sul letto di morte  proseguì la sua opera di guaritore, “toccando”, prima di spegnersi, più di mille malati. Ma il primato spetta a Luigi XVI, che il giorno della sua incoronazione, impose la sua mano guaritrice su 2400 sudditi.

Si racconta che Carlo VII abbia preteso di essere investito di tutte le prerogative regie, compresa quella delle guarigioni. L’etnologo James Frazer sottolinea che simili usanze in altre culture appartengono al lavoro degli stregoni. In Europa l’incoronazione regia comprendeva anche l’unzione con l’olio santo contenuto nella “Santa  Ampol­la”. Ciò conferiva al re la capacità di guaritore.

La prerogativa che rendeva sacra l’investitura regia era la capacità taumaturgica.

C’erano anche delle specializzazioni: secondo una vecchia diceria nessuno guariva meglio dei re iberici gli indemoniati, mentre era assodato che i monarchi inglesi erano specialisti nel far cessare l’epilessia.

e  portavano lustro e prestigio alle dinastie regnanti. Edoardo II introdusse l’usanza di concedere una somma di denaro il giorno del Venerdì Santo, perché si fabbricassero i “cramprings“, cioè gli anelli  “tauma­turgici”.

Formule e cerimoniali si svolgevano nel modo seguente: il malato s’inginocchiava davanti al sovrano che, poggiandogli la mano sulla parte malata pronunciava pres­sappoco questa frase: «Il re ti tocca e Dio ti guarisce».  Qualche sovrano  non ammetteva di essere un semplice mediatore del potere divino di guarire. Carlo V di Francia, per esempio, riteneva che a lui la virtù miracolosa provenisse direttamente dal Padreterno.  D’altronde Carlo V, detto il Saggio, doveva pur rifarsi la reputazione dopo la sconfitta francese a Poitiers contro gli inglesi. Addirittura sembra che abbia spinto lo storico Jean Golein a scrivere il Traité du sacre per testimoniare le qualità taumaturgiche di cui si riteneva investito.

Per secoli la fiducia sui poteri taumaturgici è rimasta intatta a causa del  terreno fertile della credulità popolare. Chiunque avesse un po’ di carisma  induceva a credere di essere in grado di guarire malattie creando una sudditanza psicologica  che non si è modificata nei secoli.

Ancora oggi il fascino e lo strapotere dei guaritori e la superstizione nutrono le antiche credenze. I maghi utilizzano la suggestione creata dalla tecno­logia per conferire credito ai loro poteri. L’occulto e il paranormale, propagandati sotto l’aspetto di fatti scientifici, hanno presa tra le masse, affascinate dai termini tecnici utilizzati. Si crea così un miscuglio di fantasia e scienza pericolosamente irrazionale e morbosamente rischioso. Il linguaggio dei fantomatici guaritori mutuando  quello tecnico-scientifico induce a credere nell’efficienza degli interventi degli occultisti

Molti esempi di pratiche occulte demenziali e a volte persino crudeli, dimostrano ignoranza dei principi più elementari del buon senso. In questi casi non si può che essere  sorpresi e sbalorditi per la credulità con la quale la gente si sottopone all’operato dei maghi. Emblematico è  il caso dei samurai, i quali si dedicavano al mestiere della armi, con ideali e principi morali rigidi, influenzati dal buddismo zen. Le caratteristiche dei samurai erano la generosità e il coraggio. In caso di sconfitta,  essi dovevano porre fine all’infamia col suicidio (seppuku).  E così se  da un lato in Giappone si cercava di impedire che l’aspirante suicida, sconfitto dalla vita.  compisse il suo gesto,   nel caso di Giappone si cercava di impedire che l’aspirante suicida, sconfitto dalla vita.  compisse il suo gesto,   nel caso di seppuku, chi non si dava la morte dopo una sconfitta, era ritenuto indegno. La follia è dunque un punto di vista culturale. Il famoso re persiano, Dario, chiese ad alcuni Greci  a quale  prezzo  avrebbero accettato di mangiare la carne dei loro padri morti, invece di bruciarne, com’era loro costume, i cadaveri. Gli interpellati risposero che a nessun prezzo avrebbero mai fatto quel sacrilegio. Dopo quella risposta, il re persiano fece introdurre al suo cospetto alcuni Indiani Callari, che avevano l’abitudine di mangiare i cadaveri dei loro padri, e chiese loro a quale prezzo avrebbero rinunziato a quel rituale avrebbero consentito a bruciare i cadaveri dei loro congiunti. Essi dissero che non vi avrebbero mai rinunziato.
La follia ha sempre affascinato ed attorno ad essa si è  sviluppata una nutrita letteratura. Nelle culture  primitive, coloro che si ritenevano in comunicazione con l’aldilà, che “vedevano” gli  spiriti e avevano contatti con forze sconosciute o  presentavano fabulazioni incomprensibili, erano considerati privilegiati e predestinati dagli dei. Con i suoi simboli inquietanti la follia, venne accomunata alle manifestazioni oniriche,  e ricevette nuovo credito,  perché i sogni divennero importanti strumenti  d’analisi. Si intuì  che follia e ragione hanno vari punti di contatto, per cui i contorni sono sfumati: l’insensatezza può includere un’intrinseca ragione e la ragione può fondarsi su un pizzico di follia. Si intuì che la “normalità” non ha una direzione unica, né un cammino sicuro:  essa è incerta, problematica;  possiede  due facce, come la follia. Il connubio tra creatività e follia si è fatto sempre più intrigante. In molti casi, l’arte è diventata un  deterrente contro l’espandersi dell’angoscia e della insensatezza della vita. Molti personaggi illustri hanno attraversato  alcuni periodi della loro vita in gravi crisi esistenziali e questi  esseri eccezionali sono  incappati, come del resto accade a uomini e  donne comuni, in drammatiche difficoltà psichiche. Sebbene non  esistano dati sicuri e incontrovertibili sulla connessione tra psicopatologia e creatività, si può ipotizzare  che la creazione artistica sia un mezzo  per fronteggiare l’afflizione della vita. La creatività non necessita inevitabilmente della  spinta psicopatologica; se ciò non fosse vero, bisognerebbe  dimostrare come mai, molti geni,  la cui vita interiore non è stata toccata dalla psicopatologia, abbiano  raggiunto  eccelse vette creative. Tuttavia poiché un elemento importante della creatività è il fantasticare, il sognare ad occhi aperti, tutto questo può polarizzare l’attenzione degli individui creativi con pensieri che, se per la maggior parte della gente non hanno importanza,  a causa della loro complessità  possono far credere che  l’artista sia una persona del tutto avulsa dalla realtà quotidiana, svagata,  e persino “fuori di testa”. Il fatto è che il genio, osservando ciò di cui le persone  non si accorgono,  non  sempre è in sintonia con le stesse cose di cui s’interessa la gente comune.  Ed allora la gente non attribuisce all’artista reali qualità pratiche, ma solo un’attitudine a vagare con la fantasia e l’immaginazione, creando così il mito dell’individuo creativo, se non un po’ matto, quanto meno distolto dagli interessi quotidiani.E  ci si chiede se sia possibile  ipotizzabile che genio e follia facciano parte di una struttura mentale similare, in cui la prima, è la facciata  favorevole, e l’altra quella negativa. La pulsione “geniale”,  talvolta è simile alla ossessione e  spinge l’artista alla creatività, alla smisurata ambizione, al tormento intellettivo; tutte  situazioni equivalenti della follia.

La corteccia laterale sinistra, il precuneo sinistro e il cervelletto posteriore destro. Sono queste le tre aree cerebrali che ci consentono di immaginare il futuro. Funzionano come delle sfere di cristallo, rendendo possibile la nostra capacità di creare immagini mentali di eventi che non sono ancora accaduti.

Note:

[8] T. Nathan, op cit.

[9] G. Róheim, Psicoanalisi e antropologia, Rizzoli, Milano, 1974

[10] G. Bastide, Sociologia delle malattie mentali, Firenze, 1981

[11] M. Mead, Sesso e temperamento, Mondatori, Milano 1992

[12] M, Nichter, Idioms of  distress: alternatives in the expression of psycho-social distress: a case study from South India. In «Culture, medicine and psychiatry», 5, 1981

[13] G Jahoda, Psicologia della superstizione, Milano, 1972

[14] M.Bloch, I Re taumaturghi, Torino, 1978

[15] J. Frazer, Il ramo d’oro, Roma, 1992

[16] D. Hume, Storia naturale della religione, Laterza, Bari,1994