L’incontro antropologico con la persona delirante: apertura e/o scacco.
Bruno Calmieri: La “presenza” del soggetto delirante ci si ostende in molte e diverse modalità che, per lo più, sembrano precludere radicalmente il coesistere-con-l’altro, quindi vanificare ogni possibilità di incontro, momento costitutivo dell’intersoggettività, sulla quale cala la fitta nebbia dell’isolamento esistenziale. Certamente il delirante, che è lo psicotico per antonomasia, mondanizzato nell’irreale, o nel dis-torto, può ampiamente comunicarci ( ben più dello schizofrenico) la sua situazione, il suo in-der-Welt-sein, il suo esserci-nel-mondo; certamente anche per lui “il linguaggio è la dimora dell’essere” (Heidegger, Brief über del Humanismus, 1947), ma non è più domanda e risposta, non è più dialogo, non è colloquio, ma monologo. In un tal tipo difettivo di co-presenza manca l’apertura al Mit-Welt, al mondo umano comune e l’incontro sembra divenire praticamente irrealizzabile o, comunque, destinato allo scacco e a farci restare interdetti. Come scrive Cargnello (1984) “è proprio in questa prospettiva che la psichiatria può essere intesa come una scienza di distorti, falliti, impossibili incontri”. Viene così tracciato, tramite il delirante, un modello generale per la ricerca psicopatologica, appunto “quello dell’analisi delle specifiche declinazioni difettive delle categorie della coesistentività” (Stanghellini e Ballerini, Ossessione e Rivelazione, p. 79). In verità, in certe situazioni psicotiche, l’alter ci si propone come alcunché di estraneo, come alienus, da fratello a nemico ( A. Schnitzler), cioè muoventesi secondo parametri “altri”, paralogici e paratimici (Trupia, 1992), che sovvertono le “nostre” prospettive mondane e che ci obbligano a salti categoriali del tutto insoliti; è lo “scuotersi delle fondamenta” (il tillichiano shaking of the foundations) che, volentes aut nolentes, ci fa restare interdetti, in quanto sconvolti dall’invasione del significato abnorme (per es. di “fine del mondo” – Callieri) o dalla continua presenza della perplessità e poi, dell’illuminazione delirante.
Nell’esperienza del “restare interdetto” è fortemente implicato l’esser-preso (sorpreso) – da, c’è il sentimento attonito di una contemplazione obbligata, subìta, imposta, c’è la sgradevole sensazione dell’imprevisto, c’è – quasi sconvolgente — la sospensione della donazione di senso (non più ricevuto né dato, nell’arresto di un flusso coesistenziale che invece dovrebbe essere incessante, anche nei momenti di maggior solitudine). Nell’incontro col delirante, che ci comunica (o ci consente di cogliere) il suo mondo dereistico, fantasmatico, immaginario, si verifica – quasi brutalmente – una specie di collisione di categorie, con uno scatenamento infranabile di psichismi di difesa: nessun psichiatra, per quanto esperto, può esserne risparmiato ( a meno che esso non si burocratizzi piattamente e in una specie di burn-out).Atteggiamento di neutralità asettica, unica modalità d’esperienza di incontro, ma rende impossibile ogni tentativo di dialogo e ostacolato seriamente ogni conato di recupero dell’alienus . Ma il recupero dell’alter è lo scopo terapeutico autentico dello psichiatra, specifico delle sue capacità professionali e umane, anche avvalendosi del prezioso aiuto farmacologico, sempre criticamente considerato e prescritto, senza riduzionismi semplicistici e senza ideologiche negazioni o preclusioni. L’attività psichiatrica clinica, ospedaliera, e privata, sta nell’ accettare l’alienus nella sua insopprimibile qualità umana, come compagno di strada, delirante o schizofrenico, malinconico o maniacale, demente o oligogofrenico. Questa possibilità, costituisce la condizione preliminare per ogni incontro effettivo in ambito psichiatrico. Anche l’alienazione più radicale, l’autismo, più chiuso, il paranoidismo più spinto, il delirio più schiodato, la dissociazione più sfacciata, racchiudono in sè anche se inespresso, soffocato o radicalmente camuffato o nascosto un messaggio. Lo psichiatra deve accostarsi all’alienato anche con una dialettica dell’irrazionale in cui il medico affronta la problematica della propria angoscia. Quest’equilibrio delicato e precario, sul filo del rasoio, col continuo rischio di essere infranto, porta lo psichiatra ad una posizione essenzialmente ambigua, sempre problematica D’altro canto, pur di fronte all’emergenza dei sintomi psicotici di primo ordine, all’invasione dell’automatismo mentale e del pensiero xenopatico, al colpo di frusta della rivelazione delirante, dell’intuizione folgorante (Tua res agitur, di Hagen), permane, inconfondibile, lo stile della presenza paranoide, polimorfo ed equivoco, investente con i suoi perentori significati la realtà o tendente al nascondimento, al ritiro, comunque sempre con un’inequivocabile valenza di messaggio. Nella presenza paranoide l’alterazione psicopatologica più rilevante riguarda i significati logico-categoriali, che sottendono una donazione di senso, a volte data ab initio una volta per tutte, a volte lentamente ma inesorabilmente costruitasi (lo “sviluppo”, di jasperiana memoria), come nel “lavoro delirante” (Wahnarbeit) paranoicale, per es. di gelosia. Qui i recenti rilievi di Stanghellini e Ballerini (“Ossessione e Rivelazione” – 1992) mi sembrano fondamentali, anche perché mostrano limpidamente che il nostro tentativo di incontrare il mondo del delirante cozza contro la difficoltà massiccia di ricostruire proprio geneticamente i momenti costituenti di questo suo mondo, la sua è più narratologia che storia. Ad es. i rilievi che possiamo trarre dall’analisi della spazializzazione del paranoide sono solo indiretti, solo desumibili dal suo modo di incontrare o evitare gli altri, di fronteggiare determinate situazioni, di retrocedere di fronte a circostanze percepite come pericolo, tranello, trabocchetto. Ci imbattiamo dunque in una spazializzazione nettamente orientata, addirittura polarizzata. Qui non c’è posto per l’altro come socius; esso è il persecutore, da cui bisogna mantenersi a debita distanza, distanza che molto sovente è incolmabile.
A tal punto la polarizzazione della spazialità vissuta assorbe e cattura l’esperire del delirante da rendere impossibile il costituirsi e muoversi su altri parametri spaziali: basti pensare all’esperienza di “stato d’assedio”, al timore di quel che si cela dietro l’angolo o in quella sala cinematografica, per vedere come forse l’origine di tutto ciò non risieda tanto nella preesistenza della tematica persecutoria (come facilmente si ammette) quanto in una primariamente alterata progettazione spaziale. Vorrei ulteriormente sottolineare che quello che nel non-psicotico viene vissuto come avvertimento e messa in guardia, nel delirante paranoide e paranoico viene vissuto (cfr. anche M. Rossi Monti, nonché Clara Muscatello e paolo Scutellari ?) come un irrigidimento ulteriore in una direzione spaziale che è già pregiudizialmente tutta precostituita e scontata.
In altri termini, come si parla di overinclusion per l’assetto cognitivo del pensiero schizofrenico, così, partendo dal concetto di “mondo orientato” (tipico attributo dell’husserliana Lebenwelt), parlerei per il mondo delirante (paranoide e paranoico) di “sovraorientato”: nulla è lasciato alla possibilità del plurivoco, all’imprevidibile e al caso, e la pregnanza oggettuale è scontata nel suo significato, significato che avoca a sè ogni altra prospettiva (avvicinandosi così in modo davvero singolare al mondo del rupofobico; cfr. il fine apporto fenomenologico di L. Calvi).
Qui è opportuno ricordare anche il concetto di orizzonte (C.A. van Peursen, 1954) che convoglia ogni limite spazio-temporale delle situazioni, l’orizzonte che si situa sempre nella distanza davanti a noi, oltre ogni indicazione, che è riferito al corpo e al suo sguardo. Senza l’orizzonte l’esperienza del mondo è inimmaginabile, l’orizzonte è sempre oltre e non può essere ignorato, come invece può esserlo un oggetto nel mondo. E se, come dice suasivamente van Peurse, l’orizzonte è anzitutto distinzione fra interiorità ed esteriorità, ben si comprende come la Lebenswelt paranoide debba mostrare una profonda carenza di orizzonte, là dove tanto spesso i limiti dell’interiore vengono superati e cancellati (si pensi all’esperienza di influenzamento, alle voci interiori, al furto del pensiero, alla lettura del pensiero, all’onnipresenza dell’enigma), per cui vedere e essere visto, toccare ed essere toccato non vi sono più polarità distintive: le prospettive di dissolvono, la coerenza significativa si perde; in fondo, il paranoide non abita più, perché perde le prospettive a partire dalle quali ognuno ottiene il suo preciso “campo di visone”. In tal senso, proprio attraverso l’analisi della sua Lebenwelt (come hanno ben visto Ballerini e Rossi Monti, 1990, La vergogna e il delirio), ci è dato cogliere il pieno significato antropologico dello “sradicamento” (Entwurzelung, di J. Zutt), che si allinea alla perdita del limite (Entgrenzung) e alla perdita del sentirsi radicato e piazzato (Entbergung); quindi alla perdita della propria intimità, della propria dimora, del proprio nido nascondente. Qui, a mio parere, il dramma antropologico del delirante paranoide si svela appieno (una vera antropofania); egli ha perduto il “mondo comune” (il Mit-sein), per lui è svanito l’appello di un altrui nell’orizzonte: l‘autre, c’est l’enfer“. Il serrarsi del suo campo co-umano, il coartarsi del suo orizzonte, ne svela l’angoscia di base, quando ogni circostanza sembra estrometterlo da ogni progetto rassicurante di vita. le prospettive del mondo oggettuale vengono sempre spiazzate (dis-placed) e respinte oppure divengono invasive…e allora bisogna difendersi, magari attaccando fra sè e il mondo, nel delirante, viene a frapporsi una distanza che non è colmabile e ce, lungi dall’offrirsi come una spazialità di autentica salvazione, costituisce un radicale affossamento, rendendo la persona inaccessibile all’istanza alter-egoica. Alla mente di ogni psichiatra clinico si affollano innumeri esempi di ciò. E ancora: nell’ostendersi della Lebenswelt del delirante ci si imbatte in una modificazione significativa delle dimensioni temporali della sua presenza. Anche qui, temporalità over-orientata, con obiettivi fissi da perseguire, con nodi incombenti, in un’inserzione non-dialettica e non storica del mondo, che incombe o si estrania radicalmente (come nelle depersonalizzazioni allopsichiche, di cui mi occupai molti anni fa con Semerari e poi Felici).
Si può assistere persino ad una condizione peculiare di contaminazione spaziale della temporalità, vissuta come catastrofe incombente oppure come perdita dei limiti del proprio divenire (come accade nelle esperienze deliranti di eternità, spesso impregnate dal senso di colpa). Qui, nel processo di futurizzazione i l passato grava massicciamente e assume un incoercibile segno di indicazione di come il futuro debba delinearsi perché sia possibile evitare l’inatteso e l’imprevisto,denaturandolo così dei suoi connotati essenziali e consentendo, come ha detto Minkowski, memoria del futuro.
Nota: nel vecchio delirante domina la dimensione “nostalgica” dell’esistenza e non solo come semplice “ricordo delirante” (la Wahnerinnerung, di Hans Gruhle).
Questo peculiare modo di esperire la temporalità, proprio del delirante, informa la sua Lebenwelt in un modo che è da noi cognibile non tanto nel suo rapporto con le cose quanto nel suo rapporto con il mondo dei socii, degli “autrui”. Nell’incontro con la dimensione alter-egoica la situazione delirante produce diaframmi insormontabili per la dimensione dialogica per il Mit-einander-sein: l’altro ad es. lo psichiatra, è lo specchio del suo monologo, pura figura proiettata verso un futuro già scontato. La situazione del delirante è astorica; il suo è uno pseudodiscorso verso uno pseudo-altro.
Del pari va sottolineato, in questo mio tentativo di antropofania della “presenza” delirante, che la sua corporeità (Callieri, 1992) ci si mostra come divenuta radicalmente trasparente al senso di ostilità di cui si percepisce caricato sia il mondo che, in particolare, la configurazione mondana dei socci; fino a sentir ridotta la propria autonomia alla mercè degli altri, alla loro manipolazione (Butler, 1991): basti pensare a certi deliri di influenzamento, xenopatici, alle psicosi allucinatorie croniche, alle somatoparafrenie, alle dismorfofobie indotte (Phillips). I gradi di concretizzazione di tale intrudere dell’”altro” sono molto diversi, fino al delirio di possessione (Callieri, 1992, Yap, 1960), con annullamento totale della dimensione coesistentiva.
Nella tensione dialettica dei due poli dell’esser-corpo e dell’avere-un-corpo, si assiste qui ad un prevalente irrigidimento verso il polo dell’avere, fino a sfuggire alla propria disponibilità fungente, a sentirsene spossessati, divenuti “preda” o “bersaglio”:”mi fanno le onde, mi tormentano il petto con i raggi, mi “fanno le radiazioni alla testa, mi trafiggono col laser, etc.” con un’incredibile multiformità di sensazioni, aptiche, ottiche, uditive, cenestesiche. In tali condizioni (acerbamente sofferte e denunciate) sembra che la soggiacenza del proprio corpo agli altri sia l’unica possibilità di recepire l’”altro”, persecutore malvagio, carnefice raffinato e crudele. Allora la dimensione coesistentiva scade ad un mero e inane contrapporsi all’altro, al nemico, che viene vissuto orridamente come sempre più forte e invasivo, cui è impossibile sottrarsi e sfuggire. Al delirante (specie paranoide persecutorio) finisce per diventare impossibile anche il rifugio nell’anonimato: tutti sanno di lui, lo controllano, lo segnano a dito, lo spiano, locomandano, lo robotizzano, gli succhiano via la personalità ne invadono gli spazi più privati, in una vera “despazializzazione” (forse Zutt e kulenKampf avrebbero parlato di Enträumlichung). Qui la crisi dell’intersoggettività è kafkianamente radicale, non offre scampo, ed è impietosamente connessa alla crisi del “senso comune”, di quel tessuto, anche banale e scontato, anche deteriore che noi finiamo per accettare nella nostra pirandelliana “pena di vivere così”, nel nostro grigiore di riferimento all’esperire altrui.
In altri termini (il discorso è qui veramente inesauribile, come sono inesauribili gli accadimenti e gli avvenimenti), nel mondo vissuto (Lebenswelt) come è espresso e testimoniato dal delirante, anche tacitamente o mutacicamente, l’altro non può essere interiorizzato, come lo è invece in alcune esperienze sensitive (Kretschme) ma viene forzatamente e ineluttabilmente allontanato in una distanza (anche metrica) incolmabile; da tale distanza l’altro però, persecutore, costantemente torna a riproporsi come realtà ostacolante tanto più massiccia in quanto non può più essere ripreso nella sua interlocutorietà. Ogni volta che se ne ripropone la presenza, anche come aiuto ( si pensi a “Fuga nelle tenebre” di A. Schnitzler), si erge nel delirante il massiccio e implacabile impedimento di ogni riconfigurazione come “socio” (qui le spiegazioni psicoanalitiche sono divenute, in questi ultimi decenni, fecondissime – come ci ha fatta magistralmente intravvedere più volte Romolo Rossi).
Forse l’analisi ora abbozzata del delirante ci può far in parte comprendere (non certo “spiegare” – anche se oggi i due termini tendono epistemologicamente a convergere) la più intima ragione, direi la “ragione categoriale”, cui lo volge e lo consegna il suo Wahn-Sinn (Lenz), il suo esser-nel-delirio, questa smisurata (anzi proprio s-misurata) donazione di senso.
Per concludere, non vi è dubbio che queste massicce limitazioni dell’”incontro” con delirante ci fanno toccare con mano l’ambiguità fondamentale dell’essere-psichiatra (cfr. Cargnello, 1980), medico e human scietist, in un’ambivalenza che mi pare ineludibile e che mostra come sia difficile e forse proprio mistificatorio sostenere di poter uscire radicalmente dall’equivoco. Attualmente, malgrado l’affermarsi sempre più vigoroso dei progressi della psichiatria biologica, a me e a tanti cari amici sembra sempre più necessario coltivare nella formazione dello psichiatra, accanto al binomio mente-cervello, la passione per l’esistenza (come già dicevo in altro contesto): è una vera “paideia”, una formazione, una Bildun, che esige l’affinamento delle dimensioni coesistentive, la “svolta” antropologica, svolta che si concretizza nella disponibilità, nel bisogno di empatia, in un certo grado di oblatività, in un atteggiamento di tolleranza e di accettazione dell’”anormale” nell’altro e di riconoscimento in esso della qualità di “presenza”, superando,a nche solo in piccola parte, il proprio narcisismo.