Quando il ragionamento non è obbiettivo.
Stabilire come e quanto i percorsi del ragionamento del paziente dipendano da alterate strutture neurologiche o dall’influenza di condizionamenti e pregiudizi è la sfida fondamentale della psichiatria e anche di molte altre branche della ricerca: dalla biochimica alla neurologia alla sociologia. Intervenendo con rimedi farmacologici sempre più appropriati e lavorando in modo che il paziente modifichi il suo copione di convinzioni e di credenze fuorvianti, è possibile aiutarlo a cambiare le strategie del suo modo di ragionare e a migliorare la qualità della sua esistenza quotidiana.
Nella valutazione dei fatti e delle condizioni quotidiane della vita, vengono utilizzate a volte procedure non obbiettive.
Ecco alcune che falsano la visione imparziale:
La proiezione. Con essa il soggetto attribuisce agli altri sentimenti, propensioni che invece gli sono propri.
La razionalizzazione fa ritenere valida una opinione o una conclusione che non è frutto di un percorso obbiettivo ma di un desiderio, di una paura, di un sentimento. Con essa il soggetto dà per vero ciò che invece è solo desiderato come vero.
La identificazione è una modalità di pensiero con la quale si crede di avere capacità che invece si riscontrano negli altri.
Il narcisismo è una pulsione che fa aspirare alla super valutazione del proprio Io. Una persona narcisista non ammetterà imperfezioni nel proprio comportamento, nelle proprie scelte, nella propria persona,; il tutto a discapito della obiettività del suo modo di ragionare.
L’idealizzazione è una modalità mediante la quale una persona, un oggetto, un comportamento sono ritenuti senza difetti, indipendentemente che lo siano obbiettivamente.
Inoltre alcune considerazioni sulla vita non sempre sono obbiettive perché tabù, proibizioni, pregiudizi, preconcetti e luoghi comuni ne condizionano la veridicità.
Spesso il terapeuta scopre che il cliente ha “cancellato” buona parte delle opzioni che la vita riserva, ed è rimasto chiuso in un ambito molto limitato. In questi casi il modello di vita che il soggetto ha in mente è povero, senza sbocchi, senza scelte sufficienti. La strategia del terapeuta in questi case deve spingere il soggetto a capire meglio la realtà e a tendere a creare un più vasto orizzonte che arricchisca il suo modus vivendi . Per far questo il terapeuta spinge il paziente a cercare i motivi che lo hanno indotto a impoverire la sua visione del mondo, a cancellarli, arricchendo così la sua vita di altre opzioni. Il recupero di più vaste esperienze di vita serve a sbloccare comportamenti che si erano arenati in strettoie che rendevano la quotidianità del soggetto soffocante e dolorosa.
Poiché il paziente spesso si rifiuta di operare questo allargamento della visuale del mondo, sia perché è impaurito sia perché non riesce a vedere quali vantaggi può avere ampliando il suo orizzonte, il terapeuta deve influire con parole e ragionamenti appropriati a sboccare la paralisi psichica che condanna il cliente alla insoddisfazione di sé.
La terapia riesce quando porta nella mente del cliente un cambiamento del modello del mondo, una più realistica visione della realtà, un migliore apprezzamento di opzioni psichiche prima rifiutate dal soggetto. Per arrivare a questo il paziente deve rendersi conto che le sue scelte sono limitate e riduttive, il suo punto di vista è parziale, e che la sua vita può migliorare se egli si spinge in un terreno psicologico più modulare e con più scelte. Aiutare il cliente a comprendere che ha cancellato buona parte delle proprie possibilità, che si è autocastrato, che ha ridotto il proprio modello di vita ai minimi termini, significa rimettere in lui in moto la speranza che la propria vita, con i nuovi parametri, sarà più degna di essere vissuta.
Spesso il disagio psichico è prodotto da una serie di traumi che inducono il soggetto a generalizzare troppo gli eventi negativi, oppure la marcata generalizzazione serve a nascondere ben più profonde angosce.
Una donna afferma che alcune esperienze negative l’hanno indotta a farle ritenere che “tutti gli uomini” sono inaffidabili, e, di conseguenza, a rifiutare l’approccio con l’altro sesso. Questa dilatazione e generalizzazione di eventi negativi può essere anche un sintomo di una più profonda e nascosta paura: la persona che dice di ritenere tutti gli uomini inaffidabili, può nascondere (coperta da questa giustificazione più “accettabile”) un più profondo disagio, e rifiuta di mettere a fuoco, perché per lei più angoscioso, il vero problema del rigetto del maschio. Il compito del terapeuta è aprire la strada alla comprensione di questo secondo e più profondo disagio, al quale la donna sfugge per paura di rimanerne destabilizzata. Alla donna in questione fa più comodo, infatti, comportarsi in conseguenza delle proprie congetture e non affrontare il livello più profondo della comprensione di sé.