Il disagio di vivere e il rimedio farmacologico
Non sempre esistono condizioni per un obbiettivo percorso mentale razionale. Certe evidenze, sono inquinate da motivi emozionali, e per ciò non sono sempre esaurienti. L’autodiagnosi di un disturbo nevrotico è soggetta ad interpretazione personale arbitraria e ritenuto magari una malattia corporale. Parenti e amici avvalorando l’ipotesi che il disturbo psicologico, che non è altro se non una modalità di fuga, sia invece un malanno fisico.
A influenzare in modo decisivo la medicalizzazione in qualche caso contribuisce anche il medico di base, il quale, per mancanza di tempo da dedicare al paziente, gli fornisce per sedare i disturbi psichici la terapia farmacologia la quale riduce ulteriormente la capacità del malato di ammettere che il suo malessere ha origini esistenziali e non fisiologiche. La medicalizzazione consente al malato di eludere la etiologia del disturbo e la terapia farmacologia può apparire sulle prime come una panacea.
L’azione del farmaco, controllando e regolando il tono dell’umore, frena l’ansia e consente di ridurre l’angoscia. Ma la temporanea attenuazione della sintomatologia impedisce un intervento profondo che metta in discussione la situazione esistenziale del soggetto.
L’assuefazione al prodotto farmacologico ne sollecita la prescrizione di un nuovo, si allontana sempre più la possibilità che il paziente rifletta sui suoi casi “senza la rete farmacologia” e vagli il suo cammino esistenziale.
Dopo avere eliminato le convinzioni e i tabù che hanno condizionato il mondo di pensare, e dopo avere cambiato in conseguenza stile di vita, il disagio esistenziale espresso in termini di mali fisici o di depressione e/o di angoscia si attenua in maniera consistente.
Se la prospettiva farmacologia impedisce che disagio e sofferenza psichica vengano presi in esame anche sotto l’aspetto esistenziale, la sofferenza psichica interpretata solo come malessere “corporale” ha difficoltà a cessare.
Infatti se l’intervento terapeutico rimane al solo livello farmacologico, le lacerazioni interiori che assillano non vengono prese in considerazioni e si radicalizza sempre più l’idea della organicità del malessere. Una spirale questa che non ha sbocco se non sopravviene una interpretazione sociologica dell’eziologia del malessere.