Valutazione e interpretazione del disagio psicologico

Non è semplice distinguere lo stato di  normalità da quello di disturbo psichico,  il disturbo lieve da quello in cui le anormalità producono angoscia nel malato. Sentimenti di dolore, paure, frustrazioni, ostilità e autorimproveri fanno parte del bagaglio quotidiano della persona “normale”. Spesso  i punti di riferimento del malessere psichico si individuano in alcune manifestazioni infantili che si riscontrano nell’adulto. La insistente paura della perdita dell’oggetto d’amore o la rabbia dovuta alla frustrazione del sentimento di onnipotenza infantile mettono in evidenza un adulto debole e incapace di tollerare frustrazioni.  

Una “diagnosi differenziale” tra  disagio psichico e temporanea perturbazione emotiva si può stabilire con sufficiente adeguatezza.  Se le crisi psicologiche che il soggetto incontra  sono il  risultato di una temporanea difficoltà, cambiate le condizioni di vita e di pensiero, il soggetto rientra nella normalità. Se questo passo è difficile o impossibile da attuare, ciò qualifica e quantifica  la gravità delle perturbazioni emotive alla base dei disturbi del paziente.

A parte qualsiasi discorso sui fattori “predisponenti”,  c’è una sostanziale difformità tra la paura che assale il soldato durante una azione di guerra e un improvviso attacco di panico che affligge un soggetto seduto comodamente al cinema. C’è  differenza tra lo sgomento che assale chi si trova in un aereo in difficoltà di atterraggio e un individuo che viene  colto dal terrore ogni qualvolta  entra in ascensore. C’è evidente sproporzione tra la paura di chi si trova improvvisamente davanti a un leone e di chi è terrorizzato dalla presenza di un ragnetto o di uno scarafaggio nel muro della propria casa.

A volte il disagio psicologico  si manifesta sotto mentite spoglie, e può essere equivocato.

Una meticolosità incessante, un’eccessiva cura del proprio corpo, l’attenzione  smodata alla pulizia, l’apprensione sproporzionata, un tipo di bontà che rasenta la tendenza alla sottomissione, la leziosa accondiscendenza, una debordante socializzazione, l’esagerato controllo della parte sana  della propria aggressività, la pudicizia strabocchevole, e l’essere benefattore  sono considerate qualità sociali apprezzabili.

In realtà nascondono una illibertà  comportamentale dovuta ad  angosce e difficoltà emotive. La meticolosità può nascondere paura di decidere, controllo ossessivo, l’eccessiva cura del corpo sentimenti di “immoralità” e di peccaminosità, lo stesso dicasi per  il bisogno eccessivo  di pulizia e la pudicizia strabocchevole sono tipiche di chi “si sente sporco moralmente” ed ha paura della propria sessualità debordante, l’accondiscendenza eccessiva può nascondere un complesso d’inferiorità, dietro la bontà indiscriminata può esservi la paura degli altri o della propria aggressività, la socializzazione eccessiva può nascondere un bisogno di essere accettati esigenza che deriva da sentimenti di insufficienza e dalla paura della solitudine, l’esagerato controllo della aggressività il timore che,  se non è carcerata l’aggressività, possa assumere un ruolo  preminente e fare allontanare gli altri. Infine, persino il bisogno di fare della beneficenza può in casi estremi nascondere un bisogno, più o meno conscio, di essere perdonati.      

In qualche altro caso all’inverso, la società frettolosamente etichetta negativamente comportamenti che dipendono da condizioni psicopatologiche catalogandoli e li stigmatizza con una valutazione etica piuttosto che psicologica.

Tra queste condotte negative sono annoverate la  vocazione alla seduzione sessuale, il marcato narcisismo, l’aggressività, la sospettosità indiscriminata, l’egocentrismo ottuso e gretto, l’invidia meschina,  tutti comportamenti adottati da chi è in crisi di autostima, e che ha bisogno di  risposte consolatorie. Infatti, la seduzione esagerata e assillante nasconde un grave senso d’insicurezza: la persona che cerca di sedurre a tutto raggio cerca di testimoniare a sé stessa che, contrariamente alla propria insicurezza,  ha buone capacità per attrarre. Ogni conquista è la prova che la propria immagine non passa sotto silenzio. Il narcisismo è specularmente il segno di una grave insicurezza: più una persona si sente impacciata e inconsistente e più pretende di essere considerata   affascinante e splendida. L’egocentrismo è il sintomo più evidente di un infantilismo psicologico: l’adulto egocentrico si comporta ancora come un bambini viziato e nel suo orizzonte non ha altro che i propri problemi, mentre ignora quelli degli altri, anche se pretende che tutti lo accudiscano.  L’aggressività dissennata sottolinea un disagio e una incapacità del soggetto di sopportare qualche disagio in vista di un traguardo più importante. Infondo anche in questo caso si tratta di una copia delle reazioni tipiche che si riscontrano nel bambino  infuriato  che non riesce a contenere un minimo di disagio. L’invidia è anche il campanello d’allarme di un animo che sta franando, che non ha alcuna fiducia in sé e che riesce a riequilibrare la propria disistima credendosi “furbo” per paura di non esserlo.

I comportamenti del primo tipo come quelli del secondo tipo fronteggiano pertanto gravi forme di autodisistima e sono messi in  atto per scuotere gli altri e far convergere il loro interesse su chi è affetto da disistima.

In passato, chiunque riteneva essere idoneo a individuare  gli stati psichici alterati. Ciò ha creato un tipo di diagnosi “fai da te”. Questo modo di procedere ha lontane radici: un tempo la diagnosi  di alterazione psicologica era messa a punto in primo luogo dai parroci i quali, raccogliendo durante  la confessione  apprensioni, desideri, intenzioni e ossessioni dei parrocchiani,  giudicavano quali di essi fossero affetti da stati morbosi tanto da proporre l’internamento in un istituto per malattie mentali di chi manifestava  idee “patologiche”.

Erano oggetto di valutazione negativa le paure dovute a specifiche tipologie di animali, gli eccessivi scrupoli connessi alle pratiche di culto e i discorsi e le argomentazioni ritenuti contrari all’ortodossia religiosa, il racconto di possessioni, la narrazione di libertinaggi e di particolari fregole sessuali, di pensieri  scandalosi per la morale corrente,  condannavano chi svelava tali tormenti  in  confessione ad essere etichettato “insano di mente” e gli  aprivano la strada al suo ricovero in manicomio.  Ogni particolare società valuta alcuni modi di fare apprezzabili e altri “irregolari”. Per tal motivo vengono considerati aberranti in un contesto sociale modi di fare e di pensare che non sono conformi al segmento “di normalità”  apprezzato in quel determinato ambiente. È il comportamento del gruppo che costituisce  la norma.

Oltre ai parroci, in passato,  la diagnosi di “alienazione” proveniva dai giudizi delle padrone di casa, che le formulavano per le loro domestiche, dai datori di lavoro che le sollecitavano nei confronti di chi era impiegato nella loro azienda. Tutta gente che richiedeva per i sottoposti, da loro considerati “alienati”, misure restrittive le quali in pratica si concretizzavano nell’internamento delle persone che avevano giudicate  psicologicamente alterate. 

In passato, si pensava che i disagi psichici potessero essere attuati mediante il soffocamento delle idee ansiogene del paziente, mediante il dominio che era in grado di esercitare sul malato  il medico o il curato. Lasciando intatte le ideologie che avevano provocato il disturbo, essi si adoperavano, col loro carisma, a cercare di fare cessare la catena delle idee patogene mediante “l’autorevolezza” della loro personalità.

Il nuovo modello di cura dei disturbi del comportamento e dell’umore è incentrato sull’interpretazione e l’etiologia  dei sintomi,  sugli effetti che le relazioni interpersonali hanno avuto su di essi, sulla segnalazione della presenza di tratti patogeni nella società di cui il paziente ne ha assorbito la tossicità, sulla chiarificazione del potere di manipolazione della psiche da parte di coloro che educano e via discorrendo, ed ha messo in discussione l’opportunità di procedere, come accadeva prima, con una terapia che si muova a colpi di scure