I principi su cui si fonda la terapia della parola.
La cura farmacologia dipende dal tipo di sostanze ingerite ed è indifferente chi la prescrive e chi la vende; nella cura psicologica la psicoterapia si basa su una particolare maniera di dialogare. Con essa una persona, il terapeuta, cerca di chiarire i motivi del malessere esistenziale e trasformare impressioni, idee, e la maniera di vivere di un’altra persona, il paziente, affinché non soffra più i disturbi psicologici che di cui è afflitto.
Si tratta di una interrelazione alquanto dissimile dai comuni approcci: le persone parlando e si influenzano le une con le altre; nel caso della psicoterapia l’influsso psicologico che va dal paziente al terapista è poco percettibile; è più evidente quello che va dal terapeuta al paziente.
Questo genere di “cura” si basa sul tentativo di mutare i punti di vista e di alterare, mediante adeguati ragionamenti, che creano un profondo insight che fa luce sui meccanismi della psiche del soggetto, quella parte della sua condotta che gli crea angoscia e depressione.
Le psicoterapie pur mostrando alcune diversità, hanno una unica matrice: creare una maggiore consapevolezza e un miglior realismo nel pensiero del soggetto, sviluppare una mentalità diversa da quella che lo ha portato alla stasi psicologica, dare risposte adeguate alle sue angosce, indurre il paziente a cambiare il tenore della propria esperienza, cancellando quei modelli di vita che gli hanno creato delle paralisi nella quotidianità. Vivere modelli che, ragionevolmente, hanno il minor numero possibile di vincoli, di strettoie e di preclusioni, per avere un sereno quotidiano.
Se il paziente riesce a recuperare quelle parti della propria esistenza che erano state cancellate e che lo privavano di alcune gioie della vita, se riesce a capire la contraddittorietà tra gli asfittici modelli di vita che aveva realizzato e quelli che, invece, più verosimilmente avrebbe potuto accreditare per migliorare la propria esistenza, egli potrà rendersi conto che i propri sintomi dipendono proprio dall’impoverimento della sua esperienza e dalla cancellazione di buona parte delle opzioni utili per una vita più serena. Comprendere in che modo ha organizzato la propria mentalità e come questa mentalità lo ha portato a subire tracolli e a utilizzare al peggio la propria vita, è la via maestra per la guarigione del paziente. Quando il paziente capisce che ha escluso un intero mondo di esperienze, ricavandone una riduzione della propria vita psicologica che lo ha portato alla sofferenza, è il primo passo per la sua guarigione. Capire che il modo come ci disponiamo verso la vita e le esperienze ci può far soffrire o imprimere una crescente stimolazione vitale è un altro passo vanti verso la guarigione.
Una mentalità completamente nuova, con modelli realistici e più ampliati, da la possibilità al paziente di disporre di scelte e di comportamenti che meglio sfruttano la sua esistenza.
Poiché difficilmente il terapeuta potrà cambiare il mondo come vorrebbe il cliente, è il cliente che deve cambiare la propria visione del mondo per crearsi modelli di vita meno incongruenti di quelli che lo avevano portato alla disperazione e più utili a migliorare la propria esistenza e impiegare meglio le proprie energie.
Chi ha un modello incongruo del mondo prima o poi verrà in conflitto con la gente e con se stesso, e avrà una vita disagevole e priva di luce.
Spesso questa incongruenza dipende da bislacchi schemi di vita appresi nell’infanzia, e che sono stati indicati – purtroppo- come “gli unici” per affrontare la vita, mentre invece si sono rivelati ( e non poteva essere che così) solo fonti di disagio e di incapacità a comprendere la vita.
Uno dei modi più comuni per non venire in conflitto con la famiglia è assecondare e seguire i modelli familiari, anche se errati; ciò se è utile nell’ambito ristretto della nucleo familiare, a volte però fa entrare in conflittualità col mondo. Mantenere la struttura dei modelli familiari anche quando sono fonte di angosce è tipico di chi, sentendosi psicologicamente debole, non riesce a vedere oltre un certo orizzonte, e non ha il coraggio del rischio di cambiare la propria mentalità
Compito del terapeuta è di riconoscere e di svelare al cliente quali sono le incongruenze nella mentalità della famiglia del paziente che lo hanno portato a impoverire le proprie risorse psichiche gettandolo nella paralisi psichica e nell’angoscia. Ovviamente occorre che questa demistificazione degli insoddisfacenti schemi di pensiero familiare sia fatta con il dovuto tatto per non far crollare di colpo certezze e affetti che potrebbe essere ancora più nocivo del rimanere legati ai modelli familiari. Sarà utile che sia lo stesso soggetto a scoprire incongruenze e mistificazioni nello schema familiare, il che rende più agevole e più solido l’acquisizione di nuovi modelli, più confacenti alla realtà.
Tutto questo può avvenire mediante la terapia della parola.
Questa forma di presa di persa di coscienza ha origini remote. Ebbe inizio con Socrate, il quale invitava la gente a conoscere se stessi.
Il sofista Antifone intuì che da decifrazione dei sogni potesse chiarire molte delle preoccupazioni che affollano l’animo umano.
Platone, sosteneva che la catarsi dell’anima si ha con la parola; non con una conversazione di qualsiasi tono: ma con parole efficaci, appropriate ed edificanti. Da questo punto di vista, una responsabilità incombe sugli psicoterapeuti, i quali devono trovare il ragionamento più efficace e le parole più giuste ed esprimerle al momento opportuno.
Delicata è anche la strategia del terapeuta, il quale non deve confondere l’intervento persuasivo con quello suggestivo.
Appare chiaro che il legame tra medico e paziente non è un semplice parlare, ma qualcosa di più profondo. Il paziente racconta i suoi sintomi, la sua malattia, ciò che gli accade e gli è accaduto nella vita, e l’altro ne individua le “malformazioni” dovute a idee, comportamenti, emozioni del suo interlocutore. Vengono a galla tutta una serie di “pressioni” più o meno involontarie, che spingono a comportamenti e a emozioni deleterie.
Per “guarire” da tali malformazioni non è sufficiente individuare la causa dei disturbi emotivi, bisogna cancellare nei meccanismi della psiche le “pressioni” che determinano nel soggetto una vita infelice.
Individuando certe forme di condotta personale, certe idee, certi impulsi identificati come cause dei disturbi che assillano il malato si ha il primo passo verso una maggiore consapevolezza. Una volta raggiunto questo stadio i malesseri psichici si attenuano o scompaiono. In ogni caso, possono essere gestiti senza disperazione.
È difficile giudicare e classificare se la psicoterapia sia un’arte medica o un dialogo.
Tuttavia, qualunque sia la catalogazione, questo contatto verbale ha anche delle implicazioni somatiche. Infatti, se il trattamento psicoterapeutico è riuscito, assieme alla mente, anche il corpo riceve una messa a punto e i malesseri fisici derivanti dall’emotività cessano o si attenuano con ragionamenti appropriato. Il malato psicosomatico, che soffriva di fenomeni nervosi che si manifestavano anche come malesseri fisici, vedrà attenuarsi o scomparire senza aver fatto uso di farmaci anche le sofferenze fisiche.