Le strategie del paziente e gli interventi del terapeuta
Pur andando contro ai propri interessi, a volte il paziente cerca di sviare le tracce che possono condurre il terapeuta a comprendere l’etiologia dei disturbi di cui egli è afflitto. Questo perché nel cliente assieme al bisogno di guarire vi sono tendenze più o meno coscienti a mascherare, per vergogna, per autolesionismo, per narcisismo i cadaveri nascosti nel proprio armadio psichico.
A volte non solo il mutismo, ma persino l’eccessiva loquacità, sono una strategia per non dire nulla che possa essere interessante per comprendere la vera etiologia dei malesseri. Il paziente occulta, con una serie di ingannevoli argomentazioni, i motivi del proprio disagio psicologico, per evitare che vengano decifrati i temi più angosciosi della sua vita, è prassi consueta. Vanificare questa strategia è compito del terapeuta.
In qualche caso il paziente dichiarata di “capire”le spiegazioni e interpretazioni date dal terapeuta, mostra di volere entrare nel merito, di essere attento alle decifrazioni che dei suoi comportamenti fa il suo interlocutore, ma anche in questo caso, la docilità con la quale accetta tutto ciò che gli viene spiegato non è che una strategia per non cambiare lo status quo.
Infatti messo di fronte all’accettazione dei motivi più profondi delle proprie angosce e dei propri comportamenti, il paziente cerca di svicolare: troppo crudeli e orribili a volte gli appaiono le cause del suo dissesto emotivo. A quel punto gli viene più “comodo” restare com’era che imbarcarsi in una presa di coscienza che – egli intuisce – sovvertirà tutta la sua vita. È questo un depistaggio che il paziente articola mediante varie strategie tra cui quelle di mostrandosi arrendevole e persino seduttivo nei confronti del terapeuta.
Gli atteggiamenti del terapeuta dovrebbero essere sempre improntati a una chiare neutralità per evitare qualsiasi commistione tra la propria personalità e quella del paziente. Poiché i disturbi del paziente dipendono da angosce causate da una errata visione della vita, la cura deve consistere nel cancellare tali distorsioni, ma bisogna evitare di fare ancore altre scelte “per il paziente” e dunque l’intervento non bisogna suggerire cosa pensare, ma come pensare.
La scuola guida insegna a saper guidare, ma non indica di certo quali strade scegliere per andare in un posto! È ovvio che se una persona ha imparato a guidare bene, sceglierà le strade migliori.
In qualche caso il terapeuta può anche cedere alle preoccupazione umanitaria di aiutare il più possibile il cliente; ma facendosi prendere la mano e diventando troppo assistenzialista finisce col farsi manipolare del paziente. In altri casi il terapeuta arriva a perdere la neutralità e finisce col suggestionare il paziente il quale cede alla prevaricazione sottile che gli impone di uniformasi a idee e comportamenti che non gli sono congeniali, ma che egli accetta perché dettati dall’autorità. A volte, ed è il caso più grave, il terapeuta con un sovraccarico di narcisismo cerca di imporre al cliente soluzioni che egli vede come ottimali, ma che non tengono conto delle necessità e dei barriere psichiche del malato.
A volte un sia pur impercettibile desiderio d’onnipotenza fa capolino nel comportamento del terapeuta, il quale mostrando la propria competenza con sussiego finisce con l’influenzare il paziente che diventa una parodia dell’altro.