Le varie sindromi
La sindrome del ristorante cinese è un disturbo di tipo farmacologico e si manifesta con una sensazione di bruciore diffusa a tutto il corpo, senso di pressione facciale, cefalea, stato d’ansia, formicolio alla parte superiore del corpo, dolore in regione toracica, alterazioni della sensibilità e dolori del capo e del collo, senso di bruciore alla nuca, nausea, sudorazione e difficoltà respiratoria (broncocostrizione negli asmatici). La sindrome ha questo nome perché si manifesta talvolta dopo aver mangiato cibi cinesi, e da alcuni questo è attribuito alla assunzione di glutammato monosodico, un esaltatore del gusto, tradizionalmente usato in modo massiccio nella cucina cinese. La sua assunzione produce una sindrome direttamente legata alla dose assorbita e la sintomatologia varia considerevolmente da un individuo all’altro. Tuttavia, un test clinico in doppio cieco (esperimento nel quale né lo sperimentatore né il soggetto sanno quale prodotto è stato somministrato al soggetto) effettuato su persone che dichiaravano di soffrire della “sindrome” non confermò che il glutammato monosodico fosse l’agente responsabile . Altri studi hanno dimostrato che le reazioni di tipo allergico che insorgono dopo aver consumato pasti di provenienza asiatica sono solitamente attribuibili ad ingredienti come i gamberetti, le arachidi, le spezie e le erbe aromatiche.
Sindrome di Gerusalemme è simile a quella di Stendhal ma si rapporta all’ambito religioso. Consiste nella la manifestazione improvvisa da parte del visitatore della città di Gerusalemme, di appassionati sentimenti religiosi, e l’impulso a proferire espressioni visionarie.
Sindrome da sovraccarico cognitivo, meglio conosciuto come Information overload(ing), è la sindrome per cui si hanno troppe informazioni per riuscire a prendere una decisione o a rimanere informati su un argomento. Anche se tale patologia è stata riscontrata più volte nel passato, sicuramente lo sviluppo di Internet ha contribuito non poco alla sua diffusione e riconoscibilità, tanto che è stata definita da qualcuno come Inquinamento da Internet. La grande quantità di notizie inutili e scadenti che circolano in rete può infatti inibire la capacità di scremarle, specialmente nel caso connesso della Internet dipendenza presentato dalle persone che passano sempre più tempo in rete alla ricerca di informazioni, facendo web surfing, cioè passando in continuazione da un sito web all’altro senza riuscire a fermarsi. Inizialmente questo “viaggio” appare eccitante e piacevole ma pian piano il soggetto si trova intrappolato in un meccanismo in cui non c’è più soddisfazione nella ricerca di ciò che interessa, le informazioni non bastano e trovarne altre è percepito come un dovere, un obbligo a cui è difficile sfuggire. I segni clinici che si tengono in considerazione per la diagnosi sono: necessità di trascorrere molto tempo in rete per reperire notizie, aggiornamenti, o qualsiasi altra informazione; tentativi ripetuti senza successo di controllare, ridurre o interrompere l’attività di ricerca; perdurare di tale attività, nonostante questa provochi o accentui i problemi sociali, familiari ed economici. Occorre distinguere l’incapacità di prendere una decisione per sovraccarico cognitivo da quella legata al Paradosso di Buridano: in quest’ultimo caso, infatti, la sindrome non dipende dalla troppa scelta ma dall’incapacità di fare una valutazione. (M. Marcucci e M. Boscaro, Manuale di Psicologia delle Dipendenze Patologiche, L’Asterisco, Urbino 2004)
Da quando molte delle nuove malattie scoperte sono caratterizzate da questi comportamenti ripetitivi o preoccupazioni, gli aneddoti sostituiscono i dati. Il Prozac “sembra dare sicurezza sociale ai timidi abituali, trasformare i sensibili in esuberanti, conferire agli introversi le abilità sociali del piazzista.” www
La spiegazione più comunemente invocata per spiegare molte forme di comportamento irregolare concerne carenze della serotonina, uno dei naturali componenti chimici del cervello che trasmette il segnale tra le cellule nervose. In “The Broken Mirror,” la Phillips correla il dismorfismo corporeo ad “una anormalità del sistema neurotrasmettitore serotoninico .” Altri psichiatri hanno attribuito i disordini alimentari e di ginnastica, sindromi ombra e anche il PMDD a bassi livelli di serotonina. Qali sono le loro prove? I pazienti si sentono meglio una volta che i loro livelli di serotonina vengono alzati con la somministrazione di medicine chiamate SSRI, di cui il Prozac è il più comunemente prescritto. Poichè i pazienti con BDD sembrano rispondere a questi farmaci, la Phillips insiste che “La chimica cerebrale disturbata gioca un ruolo importante” in questa malattia.
In un articolo del New England Journal of Medicine intitolato “Running: An Analog of Anorexia?” Alayne Yates scrive che la ginnastica di routine può essere sintomatica di malattia. Una ginnastica troppo regolarei −o, in termini psichiatrici, compulsiva– indica un “disordine di attività,” scrive Yates. Il problema non è il momento del comportamento(come nel PMDD) o il suo contesto (come nella bulimia nervosa), ma il suo scopo. Nella visone di Yates, l’eccessivo correre per perdere peso o controllarlo diventa patologico. Il comportamento può ben essere incluso nella prossima edizione del DSM: la psichiatria è chiaramente preoccupata dalle piste [podistiche], dai centri di fitness e dalle palestere.
Il dissolvimento della distinzione tra normale e anormale che queste nuove patologie suggeriscono è ancora più evidente nelle cosiddette “Sindromi ombra.” Proposta da John Ratey, uno psichiatra della Harvard Medical School il cui nuovo libro ha preso come titolo il termine, le sindromi rappresentano disordini psicologici “nascosti”. Le persone che sono “un po’” depresse o ansiose o hanno un brutto temperamento soffrono di esse. Benchè Ratey ammetta che i sintomi sono troppo deboli per rientrare in quelli che egli chiama “Il blocco reale del DSM,” tuttavia argomenta che sentimenti di questo tipo sono un genuino rischio: “La vita della gente può andare in pezzi…a causa di piccoli problemi.”
Una ginnastica troppo regolare o, in termini psichiatrici, compulsiva indica un “disordine di attività,” scrive Yates. Il problema non è il momento del comportamento(come nel PMDD) o il suo contesto (come nella bulimia nervosa), ma il suo scopo. Nella visone di Yates, l’eccessivo correre per perdere peso o controllarlo diventa patologico. Il comportamento può ben essere incluso nella prossima edizione del DSM: la psichiatria è chiaramente preoccupata dalle piste [podistiche], dai centri di fitness e dalle palestere.
Negli anni recenti, i tipi di comportamenti etichettati come malattie sono aumentati drammaticamente. La psichiatria moderna è pronta a trattare non solo depressione e schizofrenia, ma anche malumore, ansia e bassa autostima, sentimenti che la maggior parte di noi ha provato ogni tanto.
Sindrome di Notre-Dame
Tutte queste sindromi sono imparentate con la più generale “Sindrome del viaggiatore”: dopo la preparazione dettagliata di un viaggio, nasce un disagio dovuto al trovarsi di fronte alla realtà del momento.
SINDROMI DA LAVORO Mobbing, Burnout
E SINDROME DEL BURN OUT
Possiamo sinteticamente definire la Sindrome del Burn Out come una progressiva perdita di idealismo, energia e scopi, vissuta da operatori sociali, professionali e non, come risultato delle condizioni in cui lavorano.
Nel burn out vengono riconosciute due condizioni di stress: soggettiva (o interna) e oggettiva ( o esterna). Fra le condizioni soggettive ci sono quelle legate alle motivazioni ed alle immagini ideali dell’operatore. Fra quelle oggettive ci sono quelle legate alle condizioni materiali di lavoro, alle ambiguità di ruolo, alle strutture di relazione ecc.. La medicina del lavoro ha portato a considerare come cause fondamentali di fatica e del conseguente calo motivazionale e di efficienza, anche le caratteristiche ambientali soggettive come rumore, sostanze tossiche presenti sul posto di lavoro ecc.; ma sembrano avere peso notevole le variabili più prettamente soggettive e sociali come il clima di gruppo, le comunicazioni interpersonali e la soddisfazione individuale. Il sovrappiù di reazione emotiva e mentale che il nostro lavoro richiede, deve essere sempre da noi ascoltato e valutato quando dà un segnale di allarme.
Il burn out, considerato una sindrome per l’insieme dei sintomi che lo contraddistinguono, viene riscontrato soprattutto tra gli operatori che lavorano a stretto contatto con situazioni di sofferenza.
Diversi autori, soprattutto anglo-americani, hanno affrontato il problema. a Maslach, in particolare, definisce il burn out come “una sindrome da esaurimento emotivo, da spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in soggetti che per professione si occupano della gente”; e ancora: “una reazione alla tensione emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri esseri umani, in particolare quando essi hanno problemi o motivi di sofferenza”.
Così come nello stress lavorativo, l’individuo non riesce a far fronte adeguatamente alle richieste ambientali, l’operatore sociale sperimenta una situazione di sovraccarico emotivo che si identifica nell’interazione continuata con l’utente, da cui può scaturire una sensazione di esaurimento emotivo e perdita di energia. L’operatore sociale si renderà conto molto presto di non poter essere utile agli altri come avrebbe voluto quando ha intrapreso la sua professione.
Le strategie che l’individuo mette in atto di fronte a situazioni di distress, modificando il proprio ambiente, vanno sotto nome di coping, che in italiano potrebbe tradursi con “cavarsela”. Si evidenzia così il tentativo di non soccombere alle pressioni ambientali. Gli stili di coping sono sostanzialmente dettati dalle caratteristiche dell’individuo e dalle esperienze personali. Per difendersi dal sovraccarico di stress l’individuo potrà sviluppare una risposta cinica e disumanizzata che possiamo definire spersonalizzazione. Le persone, quelle stesse con cui egli aveva condiviso dolore e disagio, diventano “oggetti” da cui è bene prendere distanza.
Crollate le aspettative, cadono anche le convinzioni personali riguardo alle proprie capacità e competenze: “non sono capace di aiutare gli altri”, “non valgo niente!”.
La Maslach ritiene che i lavoratori più a rischio di burn out siano quelli che hanno difficoltà nel definire i limiti tra se e gli altri ed i confini funzionali tra professione e vita privata; in generale individui che, per taluni aspetti della personalità, possiamo sinteticamente definire fragili, con la disposizione a dedicarsi al lavoro in maniera scarsamente discriminante, animati da un forte entusiasmo e da un eccessivo bisogno di aiutare gli altri. A fronte delle caratteristiche di personalità di ciascuno, bisognerebbe prendere in considerazione anche altri parametri: ad esempio gli orari prolungati, il sostegno inadeguato (a volte totalmente mancante) o la struttura rigida nella quale il lavoratore è costretto ad operare in condizioni quindi disumanizzanti.
Migliorare la struttura socio-organizzativa è perciò fondamentale per chi è responsabile delle risorse umane, perché possa prevenire il disagio del lavoratore e dunque migliorare la qualità globale del servizio all’utente. Gli studiosi del campo relativo alla psicologia del lavoro hanno evidenziato che nell’uomo moderno il contesto sociale e lavorativo è quello che risulta essere maggiormente in grado di attivare risposte di stress, sia dal punto di vista comportamentale che dal punto di vista fisiopatologico.
Le condizioni fisiche dell’ambiente lavorativo o la fatica fisica, il ruolo e le relazioni lavorative, la gestione del lavoro, la burocratizzazione, sono tutte variabili capaci di provocare negli operatori i sintomi che caratterizzano la sindrome del burn out: apatia, perdita di entusiasmo, senso di frustrazione. I comportamenti lavorativi messi in atto dagli operatori in fase di burn out (coping) riguardano soprattutto il rapporto interpersonale con l’utenza nel momento in cui tale rapporto perde la proprietà di relazione di aiuto e diviene essenzialmente una relazione tecnica di “servizio”: perdita dei sentimenti positivi verso l’utenza e la professione, perdita della motivazione, dell’entusiasmo e del senso di responsabilità, impoverimento delle relazioni, utilizzo di un modello lavorativo stereotipato con procedure standardizzate e rigide, cinismo verso la sofferenza, difficoltà ad attivare processi di cambiamento.
IL BURN OUT NELLE CORSIE OSPEDALIERE
OVVERO QUANDO AIUTARE “BRUCIA”
Curare gli altri può far male al punto di arrivare, ad esempio, alla depressione, all’abuso di psicofarmaci o, come avviene molto più spesso, al cinismo nei confronti del malato. Ad ammalarsi per primi sono gli operatori sanitari che lavorano in situazioni dette di prima linea: Rianimazione, Pronto soccorso, Chirurgia d’urgenza, Terapia intensiva, Clinica psichiatrica, Reparti di degenza, ecc….. ma anche gli assistenti sociali, gli psicologi, gli assistenti domiciliari e altri. La loro malattia, sindrome di Burn Out, come abbiamo visto, consiste in un esaurimento delle emozioni ed in una riduzione delle capacità professionali che si esplicano in una costellazione di sintomi: somatizzazioni, apatia, eccessiva stanchezza, risentimento, ecc…
Il disagio è così riconosciuto all’interno di queste categorie di lavoratori che due Società scientifiche (quella di Psicologia e Psicoterapia relazionale e quella di Terapia Comportamentale e Cognitiva) chiedono l’approvazione di un disegno di legge per inserire queste professioni fra quelle usuranti. Il primo campanello di allarme di un lavoratore che opera nell’ambito sanitario, bruciato dalla propria professione è quello di un atteggiamento burocratico. Il secondo passo è quello della fuga: aspettativa, malattia, ferie, sono una tecnica per sopravvivere al disagio che cresce. Le donne pagano il prezzo più caro a questa sindrome professionale, soffrendo del doppio peso del lavoro in casa e sul posto di lavoro.