Dall’altruisco al cinismo

Perché così spesso ci capita di osservare una sensibilità inadeguata in persone chiamate a compiti psicologicamente delicati ? Una spiegazione può essere data dal fatto che molti di essi sono “bruciati” (burn), vittime cioè della sindrome omonima, che secondo le statistiche più recenti colpisce fino al 60% di chi lavora a stretto contatto con la malattia, soprattutto se essa è cronica o inguaribile.

Vedere i malati soffrire, peggiorare, e spesso morire può logorare molto, con il tempo diventa difficile sostenere l’accumulo di stress e il dolore contamina chi è deputato a lenirlo. Il processo ha un esordio subdolo, ma oramai codificato. “La vittima del burn out fa sempre più fatica ad alzarsi la mattina”, spiega Nada Crotti, psicologa all’istituto dei tumori di Genova. “Va a lavorare contro voglia e con senso di oppressione, diventa progressivamente superficiale, reagisce infuriandosi se non riesce, ad esempio, a prendere subito una vena, non ammette serenamente i propri errori, scarica le colpe sui colleghi da cui tende progressivamente ad isolarsi”. Le collere esagerate, l’irresponsabilità, le accuse immotivate, tradiscono uno stato di frustrazione profonda, quello di chi sente di collezionare  fallimenti e di non servire a nulla. Ovviamente si tratta di fantasiein realtà queste persone sono state infatti tanto utili e capaci da ammalare per una sorta di esaurimento energeticoTra tutti gli operatori la cui professione implica costante contatto con la sofferenza, dunque dove il coinvolgimento emotivo intenso può essere ad un certo punto insostenibile, gli infermieri sono i più a rischio di sindrome del burn out, soprattutto quelli che lavorano in aree critiche come Pronto Soccorso, Rianimazione, Terapia intensiva, Unità spinale, Reparti di degenza, in particolare quelli a contatto con malati terminali. Proprio in questi ultimi è stata descritta per la prima volta la sindrome, un decennio fa, un po’ per spiegare i fenomeni di acting out (l’infermiere che urla o maltratta il malato), un po’ per dare ragione del maggior assenteismo e del più rapido turn over nei reparti ad alta densità di decessi. Infatti, anche  se  fra i loro compiti non c’è quello di prendere decisioni determinanti ed anche se hanno il vantaggio di poter cambiare di reparto quando si accorgono dell’eccesso di stress, gli infermieri  sono di fatto gli operatori sanitari che vivono  più a stretto contatto con il malato, sia in termini di tempo, sia in termini di emotività.

L’infermiere, a differenza del medico, ben raramente è coinvolto nella ricerca, per cui non trae alcuna gratificazione scientifica dal proprio lavoro. Anche l’ambiente extralavorativo gli è spesso sfavorevole in quanto la sua professione non è, in genere, socialmente apprezzata come meriterebbe. Paradossalmente, gli infermieri non sono neppure menzionati nel disegno di legge presentato alla fine del 1998 dal senatore Athos De Luca per il riconoscimento degli effetti collaterali di alcune professioni psicologicamente e fisicamente usuranti. Inoltre sono del tutto discutibili i benefici previsti dal disegno di legge menzionato, in quanto invece di paventare strategie di prevenzione o di cura, si propone l’agevolazione del pensionamento anticipato, quando è statisticamente noto che andare in pensione può peggiorare uno stato psicologico già deteriorato.

Riassumiamo ora le fasi di questa sindrome che è tipica delle professioni di aiuto, caratterizzate da un distacco emotivo rispetto agli assistiti e dalla perdita di interesse per il proprio lavoro. Si distinguono quattro fasi:

A) La  fase dell’entusiasmo idealistico e delle aspirazioni

B)  La fase dello stress lavorativo, in cui si avverte un progressivo squilibrio tra richieste e risorse

C) La fase di esaurimento, in cui si comincia a pensare di non aiutare realmente nessuno ed in cui compare la tensione emotiva, l’irritabilità, l’ansia

    D) Fase della conclusione difensiva o alienazione, con totale  disinteressamento emotivo nel lavoro, apatia, rigidità e cinismo.

    Inoltre sono stati individuati tratti caratteriali che predispongono al Burn Out:

    A) L’ansia nevrotica, propria di quelle persone che si pongono mete eccessive e che si puniscono se non le raggiungono

      B)Uno stile di vita caratterizzato da eccessiva attività, competizione, in continua lotta contro il tempo

      C)  La rigidità, cioè l’incapacità di adattarsi alle richieste sempre mutevoli dell’ambiente esterno

      D) L’introversione

        Possibili soluzioni per la gestione dello stress e del burn out nelle professioni di aiuto

        Il passo più importante è riconoscere le prime avvisaglie del burn out, in modo da intervenire prima che compaiano i sintomi fisici e prima che il malessere si ripercuota sulla vita familiare e sessuale. Studi recenti hanno individuato alcune strategie di cura individuali ed organizzative. Quelle individuali comprendono le tecniche di rilassamento e la psicoterapia. È utile ricordare che la vita è anche altrove, fuori dall’ambiente lavorativo; a questo scopo è importante praticare e coltivare hobby.

        Esistono poi strategie organizzative e di gruppo.

        Prevenzione primaria: agire sulle strutture di un sistema per eliminarne le caratteristiche patogene o che comportano peggioramento nella qualità del lavoro e della vita. Individuare fattori stressanti nell’organizzazione del lavoro e quindi risolverli, infatti, come afferma Spaltro, il costo del lavoro diminuisce e la produttività aumenta se si cambiano gli stili di gestione del potere, i modi di incentivare, il clima nell’ambiente di lavoro. Un ambiente lavorativo gratificante dal punto di vista umano allontana il burn out così come la condivisione con i colleghi del senso di angoscia e frustrazione. È importante che ai fini dell’organizzazione del lavoro si eviti di caricare la singola persona, così come di creare conflitti di ruolo.