LA NARRAZIONE CINEMATOGRAFICA E LA MALATTIA MENTALE

LA FOLLIA DESCRITTA DAL CINEMA

L’inevitabile incontro tra cinema e follia

L’alterazione mentale, con la sua esperienza tragica, anticipa la morte e minaccia l’esistenza degli uomini, rendendoli sempre più deboli e meschini di fronte alla vita. L’ascesa dell’interesse per la follia ha fatto sì che essa sia stata rappresentata non solo nella letteratura, ma anche nella pittura, nella musica e, da ultimo, nel cinema.

Il cinema, in quanto immagine e fictio, è una tribuna privilegiata per l’esame della psicologia del personaggio, che può essere analizzato con la tecnologia suggestiva delle elaborazioni filmiche. I rapporti tra cinema e patologia furono già bene evidenziati, per esempio, nella cinematografia tedesca del periodo espressionista, in cui vennero descritti stati d’animo enfatizzati con chiari riferimenti ai contenuti dell’inconscio.

E così, sebbene il cinema sia nato più tardi del teatro e della letteratura, l’analisi che esso fa della “persona”, è altamente coinvolgente. Dall’unione di cinema e psichiatria è nato un proficuo binomio, il cui campo di applicazione è vasto ed articolato, perché spazia dai film interiors e d’arte, allo studio e alla ricerca psichiatrica vera e propria.

Utilizzando i mezzi tecnici espressivi (primi piani, riprese “in soggettivo”, montaggio, sovrapposizioni di immagini, effetto allucinazione, compressione del tempo e dello spazio, etc.), ed equilibrando sequenze espressive, tempi reali, narrazioni metaforiche, si possono esprimere tutte le impercettibili sfumature dei più intriganti stato d’animo.

Nella sequenza cinematografica, parola e mimica danno rilevanza emblematica alla psicopatologia, sottolineandone, anche a mezzo di allegorie, le sfaccettature esistenziali.

Non a caso l’Imago ha un ruolo primario nella strutturazione della psiche. L’immagine, infatti, è la prima forma di comunicazione e, più della stessa parola, è la primaria forma di stimolazione e di conoscenza. La qualcosa fa del cinema, sequenza ininterrotta di immagini, uno strumento per la comprensione dei disturbi psichici

Se, agli inizi, “la decima musa” venne considerata un semplice mezzo di divertimento, dopo i primi passi, l’industria cinematografica, per avere uno sbocco concreto e duraturo, dovette uscire dalla narrazione ludica, dal passatempo leggero, per affrontare, con vigore, problemi e tematiche più complesse. E poiché il cinema manda in onda messaggi che richiamano l’attenzione di milioni di persone, esso è la forma più immediata di propagazione della cultura di massa.

Le sceneggiature, sempre con maggiore precisione, analizzano la psicopatologia e le radici della disperazione umana. I casi clinici di S. Freud, e L’interpertazione dei sogni, sono stati molto consultati per migliorare la “credibilità psichiatrica” di molte trame. Anche Un caso di stupore isterico, in cui C. G. Jung delinea un quadro dei malati di mente caratterizzato da confusione allucinatoria, disturbi alterni della personalità, amnesie, risposte senza senso, perdita delle cognizioni, etc. è stato un libro sul quale gli addetti alla sceneggiatura hanno posto attenzione.

Registi e sceneggiatori si sono inoltre ispirati, per produrre film a sfondo psichiatrico, anche agli scritti di psichiatri e psicoanalisti molto noti, e in particolare, a Laing, Schatzman, Fromm, Binswanger, Moreno, Fornari, Lacan, Basaglia, Cooper. Due famosi psicoanalisti Karl Abrahams e Hanns Sachs hanno collaborato col regista Georg Pabst, ritenuto una delle personalità di maggior rilievo del cinema, alla stesura di alcuni film come La via senza gioia (1925), I misteri di un’anima (1926), e Il diario di una donna perduta(1927).

Il regista Luigi Bazzoni intervistato sui motivi per i quali ha prodotto film a sfondo psichiatrico, ha detto di essersi sempre interessato di psicologia, psichiatria e psicoanalisi. Liliana Cavani, per sceneggiare L’ospite, storia di una donna che è stata a lungo in un manicomio, ha condotto indagini accurate, esaminando, con vari sopralluoghi, la situazione della struttura ospedaliera ove la ammalata era stata internata ed ha incontrato gli psichiatri che avevano seguito quel caso. Nelo Risi ha affermato che più che dai propri studi di medicina, le sue scelte psichiatriche sono state dettate dallo spazio che la malattia mentale ha in letteratura. Secondo Risi, il fascino della psicologia è dato dal fatto che, grazie ad essa, si comprendono gli insospettabili risvolti patologici dell’animo umano. Il regista, per girare correttamente Diario di una schizofrenica, passò molte settimane a contatto con gli schizofrenici degenti in una struttura, perché voleva capire al meglio le sfumature della loro malattia.

Sono molti, dunque, i registi che hanno delineato la follia sotto vari aspetti, anche se non sempre le loro opere hanno trovato consensi nella psichiatria ufficiale. In qualche caso, inoltre, le sceneggiature non hanno seguito le sistemazioni filologiche e nosografiche introdotte dalle versioni del DSM, mantenendo terminologie ormai desuete per la psichiatria ufficiale. Per una questione pratica, in molti casi, i registi hanno preferito restare negli schemi linguistici della tradizione culturale e letteraria alla quale la gente è abituata, rendendo così più comprensive le specifiche psicopatologie.

Tuttavia, se pure il cinema non sempre si è adeguato alle terminologie e ai raggruppamenti diagnostici dell’ultima generazione di DSM o di ICD, esso è anche un laboratorio di cultura. Introducendo, nelle sale di tutto il mondo, una serie di battaglie ideologiche, esso ha scosso e svegliato le coscienze.

In molti casi la cinematografia ha veicolato temi che, per la difficile iniziazione culturale, sarebbero rimasti retaggio esclusivo degli addetti ai lavori. Inoltre, lo spettatore, entrando nel gioco identificativo, s’avvicina a volte più del comune lettore al nocciolo narrativo-rappresentativo. Pertanto, grazie alla divulgazione filmata, anche gli argomenti più scottanti hanno avuto vasta diffusione tra le gente comune.

La follia è, così, uno degli argomenti più affascinanti e maggiormente elaborati dal cinema. L’industria cinematografica ha prodotto su questo tema opere particolarmente ricche e complesse, piene di risonanza emotiva, con sceneggiature che tengono presente la lettura psichiatrica o psicoanalitica della vicenda e con un impianto narrativo frutto di un approfondito studio dei caratteri.

Molti film dedicati alla follia, sottolineando la crisi della razionalità, mostrano la precarietà della mente umana e introducono un senso di contingenza e di spaesamento negli spettatori. Ma questa presa di coscienza, orientando lo spettatore verso i significati inconsci del pensiero e del comportamento, ha stimolato un profondo cambiamento nella mentalità della gente. Infatti i film a carattere psichiatrico hanno contribuito a mettere in guardia la mentalità comune dalle trappole del pregiudizio e a creare un lucido distacco da tutto ciò che è ovvio e convenzionale.

Quando, alla fine dell’Ottocento, Charcot, a Parigi, iniziò a fotografare i malati della Salpêtrière, con la sua intuizione gettò le basi per la diffusione di una vasta indagine sulla malattia psichiatrica. Una indagine che si sarebbe estesa, oltre l’ambito accademico, al grande pubblico. E dunque, la fonte principiale di informazione di massa è stata proprio la narrazione cinematografica, la quale ha tradotto, per i non addetti ai lavori, problematiche mai prima uscite dall’ambito accademico e terapeutico.

In Usa, sin dai tempi del film muto, l’interesse per la psichiatria è balzato subito all’attenzione dei produttori . The Case of Becky (1921), narra la storia di un esperto neurologo, e uno psichiatra è il protagonista del film The Man Who Saw Tomorrow(1922).

Dopo quegli inizi, la cinematografia si è addentrata sempre più nella tematica psichiatrica, e molti aspetti della follia sono stati affrontati per descrivere il paziente psichiatrico.

La follia

Tuttavia, in qualche caso, la pazzia dei personaggi cinematografici è metaforicizzata, o romanzata, per necessità sceniche e di produzione. E dunque, a volte, non sono messe in luce “tecnicamente” le sfaccettature della patologia mentale, che viene interpretata, invece, con una codificazione che serve a rendere il personaggio più “vicino” alle platee, ma più lontano dallo schema psichiatrico, tanto da rischiare di farne un fantoccio.

In certi casi, dunque, la narrazione della malattia perde verità e complessità e il malato resta bloccato in un canovaccio psichico da palcoscenico. A volte alcune storie, come per esempio La Sindrome di Stendhal (1995) di Dario Argento, hanno una grande presa sul pubblico, ma certamente non contribuiscono a migliorare la cultura psichiatrica della gente.

Una delle situazioni cinematografiche più suggestive ed emblematiche è lo sdoppiamento della personalità. Il romanzo di Robert Stevenson, Lo strano caso del dr Jekyll e del signor Hydeche l’autore scrisse nel 1886, è stato portato sul set sin dal 1920, (Dr Jekyll and Mr Hyde, di John S.Robertson).

In seguito, a questo romanzo hanno attinto vari registi. Il racconto di Stevenson mise a nudo le tensioni che serpeggiavano sotto la composta superficie della conformista società vittoriana. Una società che voleva evitare tenacemente qualsiasi trasgressione.

In una celebre versione cinematografica del Dr Jekyll, del 1932, il protagonista, l’attore Frederick March, è uno scienziato che scopre dentro di Sé un orribile alter ego. Questo occulto Mr Hyde emerge dall’inconscio del medico quando questi beve una strana pozione. Il racconto vuol mettere in luce le connessioni e le ambiguità esistenti tra civiltà e natura selvaggia. Il dr Jekyll, puritano e represso, muta, quando ingurgita l’orrenda mistura, in un individuo dai tratti selvaggi e preda degli istinti primordiali. Il film ha una sua morale ed un messaggio chiaro: è pericoloso percorrere sentieri non tradizionali, perché così facendo si può intraprendere un cammino senza ritorno; infatti, utilizzando esperimenti rischiosi, si potrebbe precipitare per sempre nel Male.

Non meno stucchevole, ma più nota, è la versione cinematografica, con Spencer Tracy ed Ingrid Bergman, firmata da Victor Fleming nel 1941. Anche questo film mette in luce l’antinomia tra rispettabilità borghese e pulsioni inconfessabili, ma l’idea che potessero coesistere, nello stesso individuo, le forze del bene e quelle del male, creò scandalo negli ambienti bene e retrivi dell’epoca. Malgrado questo, però, il caso Jekyll-Hyde ha affascinato l’immaginazione popolare. Esso rappresenta la conturbante tematica dei molteplici aspetti della personalità. Una imprevista performance, può trasformare, improvvisamente, una persona tranquilla in individuo arrogante e un timido in personaggio violento. Pirandello delineò questo aspetto dell’animo umano in Uno, nessuno e centomila,

L’avvincente tematica della diabolica doppia personalità si trova anche ne La vedova nera (1987) di Bob Rafelson, in cui si scopre che una insospettabile poliziotta è la folle, diabolica assassina che la polizia ricerca.

Portando alle estreme conseguenze lo sdoppiamento della personalità, il regista presenta due figure speculari, quella del bene e quella del male, che convivono nella protagonista, e si attraggono e si odiano irresistibilmente.

La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock, è un viaggio psicoanalitico nei misteri dell’inconscio. Hitchcok, però, per motivi spettacolari, mescola, ad una trama thrilling, elementi psicopatologici non del tutto psichiatricamente corretti.

Donna fatale, psichicamente disturbata e tenebrosamente ossessiva, è la protagonista di Attrazione fatale (1987), che, dopo una notte d’amore, si trasforma in possessiva maga circe, folle e determinata. Alla sua apparizione nelle sale cinematografiche il film fece discutere sociologici, psicoanalisti e scatenò inoltre lo sdegno delle femministe che videro, in quell’ambiguo personaggio femminile, una ennesima riprova di maschilismo cinematografico. In Desiderio sotto gli Olmi(1958), del regista Delbert Mann, tratto da un romanzo di O’ Neill, vengono raccontati alcuni stati psicodinamici come l’ambiguità dell’aggressione-sottomissione e l’identificazione inconscia con i genitori, mediante patologie che, nel finale, trovano sbocco nell’infanticidio.

Ma, al di là degli stereotipi, il cinema, “penetrando visivamente nella coscienza”, ha i mezzi per analizzare gli interstizi reconditi della follia. L’affondo della cinepresa nell’intimità mentale del personaggio, scandaglia e fissa ogni sfumatura, anche la più impercettibile, degli stati d’animo del soggetto. In una sequenza de L’ammutinamento del Caine (1954), di Dymitrik, si vede il capitano Queeg (Humprey Bogart) che, mentre viene interrogato dal tribunale, non riesce a smettere di girare nervosamente nella mano tre palline di ferro. L’espressione del viso, la tensione emotiva che traspare con primi piani sapientemente dosati, non necessita di parole per far comprendere allo spettatore il disagio psichico di cui è affetto l’accusato. In Magic (1978) di Richard Attenborough, uno schizofrenico, magistralmente impersonato dall’attore Anthony Hopkins, svolge la professione di ventriloquo, e a poco a poco si identifica col pupazzo, che diventa il suo incubo e la sua condanna.

In Vittime nel buio (1994) di D.Anspaugh, si raccontano le vicissitudini di una poliziotta alla quale lo stress della caccia ai criminali fa emergere stati ansiosi e d’angoscia. Aiutata da una psicologa, l’agente riesce a venire a capo dei problemi che l’affiggono. Il film, pur non avendo una vernice eccelsa, è interessante perché affronta il problema dell’equilibrio psicologico in un campo, quello delle forze dell’ordine, in cui, di solito, si da’ per scontato che siano tutti ben compensati e non abbiano problemi nevrotici.

La ragazza di Trieste (1982) di Pasquale Festa Campanile denunzia l’inquietante situazione di un malato di mente, in balia di se stesso e per di più perseguitato dai pregiudizi della gente, che si suicida per liberarsi del fardello insopportabile della solitudine. Purtroppo, infatti, a volte, i malati che sono stati liberati dalle nuove normative, non hanno nessuno che possa dare loro un aiuto efficace.

Quando il cinema contesta lo psichiatra

Un certo cinema, facendo proprie le inquietudini degli spettatori che vedono nello psichiatra “l’oggetto cattivo”, l’esperto nella manipolazione, in senso autoritario, della mente, ha creato l’archetipo dello psichiatra quale detentore di un potere incontrollabile.

La critica nei confronti della psichiatria, svolta a vari livelli, in qualche caso ha raggiunto espressioni allarmanti. Qualche pellicola ha disegnato la figura dello psichiatra come uomo truce e malvagio, e persino criminale!

Storicamente “interiorizzata”, questa contestazione è trasposta in immagini cinematografiche che hanno assicurato il successo di molti film, che fanno leva sull’inconscio bisogno di horror di una parte degli spettatori.

In questa categoria troviamo i film di Friz Lang, Il dottor Mabuse (1922), che narra di un individuo affetto da una drammatica e pericolosa psicopatologia. che si spaccia per uno psichiatra e Il testamento del dottor Mabuse (1923) in cui il dottor Baum, direttore del manicomio, conduce una doppia vita: di giorno fa lo psichiatra e di notte dirige una banda di criminali.

Troviamo la demonizzazione dello psichiatra in tanti altri film conturbanti, che insinuano il sospetto che, dietro l’apparenza di uno stimato psichiatra, si possa nascondersi un folle. Uno di questi racconti è Stati di allucinazione (1990) di Ken Russell, in cui uno scienziato si trasforma in un mostro psicopatico. Il lenzuolo viola (1980) di Nicholas Roeg, narra di uno psicoanalista che è un perverso necrofilo. Vestito per uccidere (1980), di Brian De Palma, racconta, con una serie di sequenze di alta suspence, la vicenda di uno psichiatra pazzo.

Un altro aspetto della contestazione contro psichiatri e psicologi, è quello di presentarli in preda alle angosce che li rendono vulnerabili. Mostrandoli come individui disturbati, la loro immagine professionale perde efficacia e gli spettatori si sentono più rassicurati. In Elettroschock (1964) di Denis Sanders, per esempio, è narrata la vicenda di una psichiatra, impersonata dall’attrice Lauren Bacall, che impazzisce.

Il film Per le antiche scale ( 1975) firmato da Mauro Bolognini, è imperniato sul tema dello psichiatra non sano di mente. Nel racconto, il primario di un ospedale neuropsichiatrico cerca di isolare il virus della follia; non per amore scientifico, ma perché è ossessionato dall’idea di essere egli stesso pazzo. Il medico ritiene di aver contratto il virus della follia, sia per contagio, essendo stato a lungo tra i malati mentali, sia perché nella sua famiglia vi sono delle tare mentali. Suo padre infatti è morto suicida, e sua sorella è degente nello stesso ospedale. L’ossessione del medico lo sconvolge sempre più fino a portarlo alla follia.

Ridere del terapeuta

Una vasta produzione cinematografica, invece, preferisce esorcizzare la follia. In certi casi, dunque, il matto non è più visto nella sua condizione inquietante, ma è tramutato in macchietta, che scatena il riso e l’ilarità impietosa degli spettatori, come nel caso di Scemo & +Scemo(1996) di Peter Farrelly.

Il film di Fallery è un vero compendio di demenzialità bonaria e clownesca, prodotto forse proprio per rasserenare gli spettatori. Infatti sembra che in questi casi gli sceneggiatori vogliano dire: “Se lo spettatore, dopo aver visto un film come questo, pensa che c’è qualcuno più svitato di lui, allora abbiamo portato a termine un’opera rassicurante”. In fondo, tra i temi più graditi al pubblico, c’è proprio la derisione, esorcistica e catartica, per le difficoltà in cui è caduto il personaggio, rappresentato, a bella posta, maldestro e un po’ svitato; come se lo spettatore, tutto sommato si consolasse di non essere nella condizione del malcapitato.

E non solo il folle, ma anche il medico qualche volta è beffeggiato e demitizzato. Con questa operazione, il professionista della mente, ritenuto dai più un individuo conturbante che intimorisce e preoccupa, è presentato in tutta la sua fragilità e vulnerabilità, e ciò fa scaricare la tensione degli spettatori e fa prendere le distanze da un genere di medico che, nella realtà, impaurisce e sconvolge la fantasia popolare.

La contestazione alla psichiatria si articola, inoltre, anche mostrando il terapeuta della mente come personaggio imbranato e risibile, facilmente soggetto di scherno. E così, alcuni film narrano, in chiave farsesca, le avventure di psichiatri e di matti trasfigurati in ridicole maschere. Questo gruppo di pellicole è prodotto dall’industria dello spettacolo per rilassare la platea e cancellare nella gente la paura della follia. Equivoci, qui pro quo e situazioni farraginose e burlesche, mettendo in berlina sia il matto che chi lo cura, ne esorcizzano la pericolosità.

Psichiatri farseschi, più matti dei loro pazienti, si trovano in Il medico dei pazzi (1954), di Mario Mattioli, che, con gag grottesche ed equivoci grossolani, rende innocuo lo strizzacervelli.

Giocando sulle carenze affettive e sulle insicurezze di uno strampalato psicoanalista, il film di Francesco Nuti, Caruso Pascovski (di padre polacco) (1988) narra le vicende di uno psicoterapeuta abbandonato dalla moglie. Il medico viene a sapere che la moglie ha un amante, il quale altro non è che un cliente che egli ha in analisi per omosessualità. Lo stesso paziente, ignaro che la donna è la moglie del medico, racconta al terapeuta, con gran dovizia di particolari, le intimità sessuali con la signora. Lo psicanalista, che invece ha scoperto la tresca tra il paziente e la propria moglie, dopo quelle confidenze, crolla in una devastante crisi di gelosia e, con il cervello ormai in tilt, finisce con lo sparare come un forsennato in un supermercato. Il regista Nuti strapazza la figura dell’analista, mostrando, inoltre, con irriverente derisione, l’orripilante campionario di persone che frequentano lo studio di uno psicoanalista. Il racconto, denigratorio, è fin troppo irritante.

Una presa in giro più soft, si ha in Psicanalista per signora ( 1959) di Jean Boyer. Il film narra di un veterinario, il comico Fernandel, che diventa famoso per aver guarito, col buon senso, i disturbi psicologici di una donna che gli specialisti non avevano saputo curare. Il sorprendente successo spinge il veterinario a fare lo psicoterapista a tempo pieno. Per denigrare e rendere ridicola la conturbante figura del medico della mente, gli sceneggiatori hanno trasformato un veterinario, a quel tempo considerato il grado basso della classe medica, in psicoanalista, caricando così, nell’immaginario della gente, questa figura di grottesca ambiguità. Il messaggio è chiaro: persino un veterinario potrebbe far meglio di uno specialista della follia.

Sulla stessa sintonia è Un divano a New York (1998), di Chantal Akerman, che narra la vicenda di uno psicoanalista il quale, volendo trascorrere qualche tempo a Parigi, fa scambio del suo appartamento newyorkese con la dimora parigina di una signora francese che vuole per un po’ abitare a New York. Per una serie di equivoci, la signora francese viene scambiata per psicanalista e, la donna divertita dall’equivoco, prende in cura i malati assistendoli in modo più efficace dello stesso psichiatra.

In Lo strizzacervelli (1997), di Michael Ritchie, c’è comicità e satira che non vanno certo per il sottile nel prendere in giro quella categoria. Nel racconto, un malato di mente si sostituisce al suo psicoanalista, diventando una star televisiva. E anche se il meccanismo degli equivoci è un po’ scontato, il film è piaciuto al grosso pubblico, forse proprio per la sua irriverenza.

La fine della fine (1978) è un film di modesta levatura, con la regia dell’attore Burt Reynold, che narra le avventure tragicomiche in un manicomio gestito in modo grottesco. Sempre Burt Reynold, ma questa volta solo come attore, in I miei problemi con le donne ( 1983) di Blake Edwards, è un paziente che s’innamora della sua psicoanalista. Il film, scialbo e scontato, manca di credibilità, sebbene, paradossalmente, sia stato un vero psicoanalista, il dottor Milton Wexler (che a quel tempo aveva in cura il regista) ad aiutare Edwards nella stesura della sceneggiatura.

Terapia e pallottole (1998) di Harold Ramis, strappa alcune risate narrando la vicenda di un terribile gangster che, in preda alla depressione piange come un bambino e vuole essere curato da un imbranato e terrorizzato psichiatra, il quale invece cerca di rifiutare quell’incarico, ritenendo imprudente avere in terapia un pericoloso criminale.

Uno stravagante Jack Nicholson è l’esilarante protagonista di Qualcosa è cambiato (1997) di James Brooks. Il film, basato tutto su un brillante dialogo, narra le vicissitudini di un misantropo, con variegate sindromi affettive e ipocondriache, ma in pratica, rende risibile quel tipo di malato mentale.

Lo psichiatra minaccioso

Nell’immaginario collettivo, lo psichiatra è visto come colui che ha licenza di manipolare le menti, prerogativa che gli da’ un’allarmante valenza negativa. Ciò ha indotto alcuni registi a descrivere il medico della mente anche nei panni di un truce alleato del potere, una specie di longa manus dell’autorità politica, la quale, in qualche caso, come nelle dittature, per esempio, si serve di lui per sottomettere la popolazione più riluttante.

Questa preoccupante commistione tra potere e follia si trova in un film fantascientifico di Lang, Metropolis (1926), in cui l’autore racconta che un immaginario dittatore, Frederson, ha reso schiavo il suo popolo. La gente sopporta l’oppressione di Frederson perché spera che Maria, una mansueta ragazza, che ha un ascendente su Freder, il figlio del dittatore, la possa liberare dalla schiavitù. Ma Frederson, sospettoso del patto d’amicizia tra la ragazza, Freder e gli operai, commissiona a Rothwang, scienziato pazzo, un mostro-robot, che ha le sembianze di Maria. Il sosia viene programmato per creare zizzania negli ignari cittadini, che, non immaginando che si tratti di un tranello, credono nei nefandi consigli della falsa Maria, e rompono l’unità della popolazione. Il film tocca i temi della follia, del doppio (il robot pazzo e la donna reale) e della manipolazione massificata delle menti, sottolineando altresì quanto poco ci vuole per far esplodere la stupidità collettiva.

Una storia che narra la conturbante mancanza di deontologia è Analisi finale (1991) di Phil Joanou. Nel film, uno psicoanalista, l’attore Richard Gere, è coinvolto sessualmente da due seducenti gemelle; una è sua paziente, l’altra, con tendenze criminali, s’inserisce nel training senza che il medico se ne renda conto. Il messaggio dell’opera è fonte di inquietudine, anche perché viene fatto intravedere un deplorevole scenario all’ombra delle sedute terapeutiche, e ciò serve maggiormente a disinformare la fantasia popolare.

Lo stesso tema è trattato da Bugia allo specchio (1991) di Tim Hunter, che narra di una top model, innamorata del suo terapeuta, il quale ha un gemello, diabolico e cattivo, che, sostituendosi a lui nel set terapeutico, senza che né l’ignara paziente né il vero medico se ne accorgano, la seduce e ne fa la sua schiava. Anche in questo caso, sull’ambientazione del set psicoterapeutico vengono veicolate allarmanti paure, e si diffondono inesattezze e diffamatorie pericolosità a proposito del gabinetto dello psichiatra.

Il cinema portavoce della nuova psichiatria

Fortunatamente, però, se una certa cinematografia di bassa lega, ha rinforzato i pregiudizi, sulla cura e sulla deontologia degli specialisti, mostrandoli ora senza cuore e senza afflato umano, ora imbranati e in balia dei propri clienti, altre pellicole invece, cambiando prospettiva, descrivono e approfondiscono, senza preconcetti, i problemi più scottanti della psichiatria. Il vocabolario cinematografico è ricco di risorse e di mezzi d’espressione variegati, che consentono di analizzare gli aspetti più emblematici della follia. Un cinema più consapevole, riesce a realizzare così, con sufficiente realismo, personaggi psicopatologici credibili. Per rafforzare l’impianto culturale, gli sceneggiatori fanno ricorso a sociologi, psicologi, psichiatri, per essere guidati correttamente nella stesura dei testi con risvolti psichiatrici.

Inoltre, molti attori, prima di interpretare la parte di un malato di mente, seguono con attenzione i comportamenti di questo tipo di pazienti. L’attrice Lucia Bosè, dovendo impersonare nel film della Cavani, L’ospite, una donna rinchiusa in un lager manicomiale, frequentò a lungo il posto nel quale la storia vera era accaduta e visse tra quelle povere infelici, tanto che alla fine, per stessa ammissione della regista, “non ci fu bisogno di dire molto sulla protagonista del film. Lucia aveva avuto sotto gli occhi tutto ciò che doveva sapere per interpretare la parte”

La cinematografia segue spesso anche le tendenze psichiatriche e psicoanalitiche, nell’evoluzione delle teorie e delle pratiche terapeutiche. Qualche film, addirittura, ha affrontato temi scottanti, con singolare interpretazione della follia, contestando terapie e strutture. Ci sono film che pongono in discussione i metodi di ospedalizzazione, i tipi d’intervento sul cervello, la chirurgia devastante e l’eccesso di intervento farmacologico, entrando in una polemica così radicale, da negare persino la malattia psichiatrica come entità a sé stante, e ritenendola, invece, un prodotto della società alienante.

Il film La fossa dei serpenti(1947) di Anatole Litvak, anticipa i problemi della “nuova” psichiatria, e mostra soluzioni umanitarie per l’efficacia il trattamento. Il film ha come tema la inadeguatezza delle strutture psichiatriche, infatti Litvak narra i disagi dei malati causati dal sopraffollamento e dal tipo di trattamento, spesso inumano e freddo. Il film, prodotto negli anni Quaranta, contesta le terapie basate prevalentemente su elettrochoc e forme rudi di trattamento. Nell’opera, il dottor Kik, contro l’andazzo del tempo, prescrive a una malata la psicoterapia. Il regista mostra come, grazie all’analisi, la signora Virginia, (Olivia de Havilland) mettendo in luce i dilemmi irrisolti del proprio passato, capisce le cause, scatenanti, della propria follia. Quando venne prodotto questo film, la vecchia psichiatria era già “sotto accusa”. L’inglese Roland Laing, l’italiano Franco Basaglia, l’americano Sullivan stavano gettando le basi dell’antipsichiatria.

Matti da slegare(1975), è un documentario realizzato all’interno del manicomio di Colorno, che illustrata il reinserimento sociale del malato, proprio come proposto dalle nuove tendenze. Lo sforzo cui tende il documentario è quello di far capire che il malato di mente non è un alieno e spinge a prendere persino in considerazione la possibilità che un pizzico di follia possa albergare, anche in parte, magari bene occultata, nei cosiddetti savi.

Su questa falsariga è Idioti (1998) di Lars von Trier. Nella vita il regista fa parte della comunità “Dogma 95“, collettivo di autori danesi che praticano un’esistenza francescana, purezza dei sentimenti e si dicono in rotta con l’odierna, conturbante forma di greve quotidianità. Essi combattono inoltre certe tendenze alla superficialità che riscontrano nel cinema contemporaneo. Nel film di von Trier, un gruppo di persone, del tutto normali, si fingono idioti, e possono così rendersi conto del disprezzo e del razzismo della gente nei confronti degli handicappati. Il film è una forte contestazione contro la ipocrisia sociale che spesso porta alla alienazione.

Quattro pazzi in libertà ( 1989), di Howard Zieff, è la storia di alcuni malati di mente che si smarriscono a New York e che finiscono con lo scoprire, nel caos della Grande Mela, che i cosiddetti savi sono più matti di loro.

Alcuni registi, facendo proprie le istanze della nuova psichiatria, hanno disegnato la figura del vecchio psichiatra come strumento del sistema, che riordina le menti inquadrandole e modellandole, come vuole il potere, e divenendo garante dell’ordine costituito. E così, non poche opere delimitano la figura dello psichiatra e degli infermieri, in ambigui e pericolosi personaggi.

Un esempio è dato da Qualcuno volò sul nido del cuculo(1975), col quale il regista, Milos Forman, vuol dimostrare che i trattamenti violenti e anticonvulsivi servono solo a dominare il paziente, ma non a curarlo. La pellicola sottolinea pure che non è vero che i malati mentali siano persone senza cuore e senza cervello, come la massa tende a credere. Nel racconto, un gruppetto di matti riesce a dimostrare una certa sanità mentale e una umanità pari se non superiore ai “sani di mente”.

A volte, la denuncia di un tipo di società senza cuore viene proprio da casi psichiatrici veri. Anche la televisione s’è assunto questo gravoso ma lodevole compito. Infatti è possibile trovare in alcune programmazioni Tv, documentari interessanti ed accurati che sottolineano l’aumento esponenziale dell’interesse del pubblico per i problemi della mente, questioni che qualche tempo addietro erano guardate con diffidenza se non con raccapriccio. Rai 3, in un dossier dal titolo Rosannale sue verità, per la regia di M. Gandin, andato in onda qualche anno addietro, narra l’incredibile vicenda di una donna, sana di mente, rimasta per molti anni in manicomio. Da ragazzina Rosanna viveva in una famiglia in cui il genitore era dedito all’alcool e la madre peregrinava in preda a crisi mistiche da un santuario all’altro. In assenza dei genitori, la giovinetta doveva accudire i fratelli; e poiché la famiglia versava in ristrettezze, fu anche mandata a servizio in città.

Ma non essendole stato mai insegnato come lavorare bene a casa, la giovanetta non soddisfece le esigenze delle famiglie dove prestava servizio e venne licenziata. I genitori, a quel punto, la ritennero una nullità. E poiché, dopo che ritornò in paese, Rosanna rivelava atteggiamenti indipendenti e giocava in piena libertà nei campi, i compaesani, temendo che potesse rappresentare una pericolosa e strampalata compagnia per gli altri bambini, la fecero rinchiudere in manicomio.

“Così ho potuto ricevere un buon pasto quotidiano”, ha commentato Rosanna a Rai3. Ella rimase “dimenticata” nella fossa dei serpenti per quaranta anni, e solo grazie alla legge 180 poté uscire.

A sentirla parlare, con quell’aria riflessiva e pacatamente umana, è difficile immaginare come avessero potuta etichettarla “matta”, ma, ciò che più sorprende è che non lo sia diventata dopo tanti anni di degenza.

A volte vi sono film che spiegano la dinamica di qualche tipo di disturbo mentale e descrivono psicosi, schizofrenia, stati nevrotici, aprendo un varco importante nella sensibilità di milioni di spettatori, perché fanno conoscere un campo ritenuto un garbuglio incomprensibile ed accessibile solo agli specialisti.

In Forrest Gump (1994), di Robert Zemeckis, la ragione umana è vista con una allegoria, come una piuma che ondeggia al vento, e non si sa a chi tocca la fortuna della saggezza o la sfortuna di perdere il senno. Il giovane Forrest, dotato di forte volontà e di un quoziente d’intelligenza che gli serve per attività che lo rendono un robot, riesce in molte attività anche meglio di altri. Il film è una critica radicale nei confronti delle istituzioni e della società accusate di esaltare qualità come la competitività e di essere, invece, indifferenti alla passività della mente. Così è la vita (1986), di Blake Edwards, commedia arguta, ma senza pretese, traccia con umorismo la figura di un ipocondriaco (l’attore Jack Lemmon) e quella di una madre ossessiva e castrante.

Morgan, matto da legare (1966), di Karel Reitz, vuol essere provocatorio, ed esalta la follia creativa. Al contrario, Oblomov (1979) del russo Nikita Michalkov, descrive il parassitismo psicologico. Nel film, il protagonista è un ricco possidente che vive tra l’infingardaggine e la passività morale. Questa carenza di entusiasmo, dovuta al taedîum vitae, lo rende apatico e del tutto simile al malato psichico.

Il cinema e ricerca psichiatrica

La follia, con i suoi significati simbolici, è entrata nell’orizzonte culturale del cinema sia come pretesto artistico, che come ricerca e definizione della malattia. Tuttavia, il viaggio intrapreso dalla industria dello spettacolo è certamente temerario; infatti in qualche caso gli sceneggiatori sono stati criticati quando non hanno adottato un autocontrollo rigoroso, creando così un prodotto mistificato. Si è temuto che, se l’industria del cinema affronta il tema della follia solo per fini spettacolari, essa possa allontanarsi dal rigore scientifico, creando confusione negli spettatori tra la categoria della finzione scenica e quella del documento scientifico.

Malgrado ciò, questa operazione creativa (e conoscitiva) ha affrontato, nei casi più impegnati, temi psichiatrici di ampio respiro, che non avrebbero potuto essere conosciuti dalle masse, che spesso sono disattente alla lettura. In ogni caso, i film sull’argomento hanno, quanto meno, il pregio di spingere lo spettatore ad addentrarsi in una problematica affascinante, ponendo una serie di interrogativi, che, altrimenti sarebbero sfuggiti all’attenzione dei più.

Affrontando il tema della schizofrenia, Repulsione (1965), di Roman Polanski, mostra l’insorgere della malattia e il suo culmine, nelle drammatiche sequenze in cui la protagonista malata, in preda ad allucinazioni, diventa una pluriomicida. Ma Polanski indulge un po’ troppo nelle esigenze sceniche e si lascia trasportare dal facile istrionismo che non sempre giova alla scientificità.

A volte qualche pellicola narra fantasiose e improbabili terapie per la cura delle malattie mentali.

Ne Lo strano caso dal dottor Kildare (1940) di Harold S. Bucquet, uno psichiatra, il dr Kildare, curando un malato con problemi mentali, risolve il caso mediante una overdose di insulina. Nel film, il paziente, dopo questa applicazione terapeutica, torna guarito alla sua vita normale.

Ottimista anche il film Patch Adams (1996) di Tom Shadyac, che racconta la vicenda di un medico, impersonato dall’attore Robin Williams, il quale è convinto della bontà terapeutica dell’allegria, e, malgrado lo scetticismo di altri medici, applica, con buoni risultati, la psicoterapia dell’ottimismo e della risata. Il film è biografico, perché prende spunto dalle vicende di un medico di Arlington, Hunter “Patch” Adams, che si è autointernato per capire meglio, vivendo assieme ai pazienti, i disturbi mentali e gli istinti suicidi dei malati. In Risvegli (1990), di Irwin Winkler, con R. De Niro, un medico sperimenta una cura per i malati affetti da encefalite letargica, i quali vegetano da anni, e, sorprendentemente, riesce a farne svegliare uno dal torpore. Ma il finale ha una nota un poco dolente, perché il malato, che sembrava tornato sano, rientra mestamente nel suo sonno mentale, com’era prima della “nuova” terapia. Il film è liberamente tratto da una raccolta di casi clinici di Oliver Sacks, il quale ha anche collaborato alla stesura della trama ed è andato più volte sul set quando venivano girate le scene più importanti.

Un’analisi dell’handicap è fatta in Rain Man-L’uomo della pioggia (1988), da Barry Levinson. Il film, condotto con meticolosità, risulta quasi un documentario. Il regista, infatti, ha curato di delineare le varie sfumature, e le sfaccettature dell’autismo, mostrando buona parte della gamma dei comportamenti di quel tipo di paziente. Ovviamente, l’autismo “vero”, non la fictio cinematografica, come del resto qualsiasi disturbo mentale reale, rispetto a quello “narrato” dal cinema, è qualcosa di diverso, di tragicamente diverso. E tuttavia, che se ne parli con un linguaggio non del tutto tecnico e in termini accessibili ai più, che si possa accedere ad una certa cognizione della dinamica psicopatologica, che siano percepibili, magari nelle grandi linee, certi disturbi della mente, è un dato estremamente positivo ed un motivo in più per non additare a disprezzo la malattia mentale.

Interessante l’iter di Diario di una schizofrenica (1969) di Nelo Risi, film che, sulle prime, ebbe pochi consensi da parte degli ambienti specialistici. Risi racconta la storia vera di un soggetto schizofrenico, salvato dalla psicoanalista M. A. Sechehaye. Il regista era venuto a conoscenza di quel caso leggendo il libro della Sechehaye e ne era rimasto colpito al punto da chiedere a Cesare Musatti un aiuto per stilare la sceneggiatura. Musatti, però, espresse il suo scetticismo sulla possibilità di realizzare cinematograficamente una storia psichiatrica, ritenendola una operazione molto rischiosa dal punto di vista della “correttezza nosografica”. Ma Risi non si diede per vinto, e ricorse alla consulenza di un altro psichiatra, Franco Fornari, col quale varò la stesura del film. In seguito, Musatti, avendo visionato il film ultimato, riconobbe che il regista aveva fatto un buon lavoro di sceneggiatura “psichiatrica”. Il Diario di una schizofrenica venne anche presentato, nel 1970, al Congresso internazionale di psicoanalisi di Trieste.

La “dolce” follia

Ma, se da un lato la follia è stata intesa dagli sceneggiatori come accecamento senza scampo, dall’altro, in qualche caso, è stata considerata distributrice di verità ed anche di libertà dalle regole sociali che imbavagliano e legano gli individui in sterili schemi di comportamento. In sostanza, in qualche caso il cinema ha descritto la follia come espressione di sanità mentale, come opposizione a un mondo violento che non rispetta la sensibilità umana.

Che a volte siano scambiati per devianze mentali alcuni comportamenti un poco eccentrici, ma amabili e disinteressati, e che, in qualche caso, siano ritenute folli le sfaccettature dell’affabilità, è la tesi di Henry Koster, che, in Harvey(1950), racconta di un certo signor Elwood P.Dowd (ottimamente impersonato da James Steward), il quale “ha deciso”, che in un mondo crudele, bisogna avere almeno un amico sincero. E poiché nella realtà non ne ha trovato, se ne “inventa” uno, un grande coniglio bianco, che chiama Harvey. Con questo immaginario animale Elwood Dowd dialoga, va a passeggio e frequenta i bar. Il protagonista del film è un uomo così amabile, indifeso e psicologicamente trasparente che riesce a insinuare, persino nella mente del direttore della clinica psichiatrica ove è stato ricoverato su invito della sorella, una sciocca e banale creatura senza umanità, che la compagnia di Harvey, può salvare dal grigiore di una vita insulsa.

Paradosso dei paradossi, il medico, che poi risulta un uomo senza veri amici, chiede a Dowd di “prestargli” il coniglio per avere, a sua volta, anch’egli un poco di compagnia.

In alcuni film come Accadde una notte(1934), o Mr Smith va a Washington(1939) di Frank Capra, i piccoli deliri fanciulleschi, le piccole manie degli strampalati protagonisti sono considerati comportamenti più sinceri ed “umani” degli ampollosi e falsi comportamenti di coloro che, considerati sani, in realtà, a ben guardare, non lo sono affatto. Capra assegna alla follia la funzione di un viaggio in qualche caso umano e illuminante.

Il cinema freudiano

Sulla teoria psicoanalitica il cinema si è particolarmente soffermato e sono molte le pellicole che hanno trattato il problema.

Già nel 1922, troviamo l’attore Will Rogers che recita, nel film One Gloriosus Day, la parte di un affabile professore di psicologia al quale la gente si rivolge per avere consigli sulla comprensione del proprio sé. Sull’onda della freudmania, a quel tempo circolava ad Hollywood una famosa canzone che scherzosamente diceva pressappoco così: “Non dirmi cosa hai sognato stanotte, perché ultimamente ho studiato Freud”.

Le teorie dello psichiatra viennese e di altri psicoanalisti divennero di moda, ad Hollywood, grazie al salotto di Adeline Jaffe Schulberg, moglie del produttore cinematografico B. P. Schulgerg. Il suo “cenacolo” fu il punto d’incontro di cineasti, psichiatri, psicologi e psicoanalisti.

Marie Bonaparte, allieva di Freud, narra, nella sua biografia, che agli inizi del secolo Hollywood s’infiammò ben presto delle teorie freudiane, e che Samuel Goldwyn, proprietario della Metro G. Mayer, nel 1924 andò a trovare lo psichiatra viennese per chiedergli di collaborare alla stesura di alcune trame cinematografiche incentrate sulla teoria psicoanalitica. Freud, troppo occupato dai suoi studi e dal lavoro di terapeuta, declinò l’invito.

Lo psichiatra viennese non poteva prevedere che le sue idee sarebbero state propagandate, in modo tanto sistematico e capillare, proprio dalla cinematografia. E, sebbene il cinema non abbia portato sullo schermo, sempre in modo impeccabile, i principi freudiani, ha comunque contribuito, forse più dei saggi dello psichiatra viennese, letti solo dagli studiosi, a diffondere nelle masse la mentalità psicoanalitica.

Il cinema, utilizzando la teoria freudiana, anche con brevi allusioni, ha reso più comprensibile al vasto pubblico la dinamica dei disturbi psichici. Sull’onda del successo di questa operazione di diffusione del “freudismo”, nel 1963, il regista John Huston portò sullo schermo la biografia del padre della psicoanalisi. Freud passioni segrete narrando il cammino del medico viennese per arrivare ad essere apprezzato dalla scienza ufficiale, avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni del regista, un affresco su Sigmund Freud e sulla psicoanalisi. Ma l’opera di Huston non è risultata pari alle aspettative, anche perché, spesso, indulge sia al mélo che al thriller, soprattutto quando affronta i casi trattati dal giovane Freud.

La commistione tra letteratura e freudismo ha portato molti sceneggiatori a stilare soggetti che hanno messo a fuoco l’analogia tra l’immagine cinematografica e quella onirica. La follia è accomunata al sogno, in quanto nel sogno è facile che emerga la dinamica psicopatologica. E poiché i sogni, sin dall’antichità erano ritenuti essenziali per intendere ciò che accade nello stato di veglia, anche la follia lancia, con la sua stravaganza ed originalità, simboli inquietanti per la comprensione del reale.

Nel rapporto tra cinema e sogno si sono cimentati molti registi. Danny Boyle con il suo Trainspotting (1996), Korosawa con Sogni (1990), Kathryn Bigelow con Strange days (1995), etc. Emblematico, al riguardo, è Il posto delle fragole (1957) di Ingmar Bergman, che sta a metà strada tra la recherche proustiana e l’analisi onirica psicoanalitica. Il film narra di un medico, un anziano luminare della medicina, apparentemente sereno, ma in realtà in crisi come marito, come padre e come professionista, che va alla ricerca del suo passato emotivo e, tra incubi e angosce, alla fine, “ritrova un equilibrio risanato”.

In Images (1972), di Altman, il tema è quello degli inutili tentativi di una donna di liberarsi dei fantasmi della sua mente. Il film si snoda come discorso onirico, e mostra, con emblematiche immagini di fantasmi e di incubi, ciò che affolla la mente della protagonista affetta da una disturbo mentale che la porta a scambiare la identità delle persone e, in particolare, a confondere, nella fantasia, gli uomini che ella ha amato, fino a portarla alla tragedia.

Gente comune (1980), film che segna l’esordio alla regia di Robert Redford, esalta, forse anche troppo, la figura di uno psicoanalista. Il film toccando una corda molto sensibile del pubblico statunitense, ha ricevuto vari Oscar.

In Io ti salverò(1945), Alfred Hitchcok affronta il tema freudiano. Il film narra la vicenda del direttore di una clinica per malattie nervose, afflitto da gravi turbe mentali. Sarà la sua assistente, che, praticandogli una sorta di analisi selvaggia, lo tirerà fuori dall’abisso in cui era caduto. Io ti salverò esalta l’efficacia della terapia psicoanalitica, e mostra come, analizzando il passato, possano riemergere traumi a lungo rimossi, e far venire a capo dell’origine della malattia. Nel film, Gregory Peck, scombussolato protagonista, viene salvato da Ingrid Bergman, che lo spinge a ricordare il trauma rimosso. Hitchcok, in questo e in altri suoi film, tratta la psicoanalisi con un tocco simile al “giallo”, ritenendo forse che l’indagine analitica, nello scandagliare l’inconscio, maneggia una materia inquietante al pari di un thrilling.

Uno straordinario quartetto si trova in un altro film di Ingmar Bergman, Come in uno specchio (1961). I quattro personaggi sono: Karim, da poco uscita dallo ospedale psichiatrico, suo marito, un medico alquanto freddo e scettico, il padre della donna, uno scrittore, che riduce tutto in termini di letteratura, e il fratello di Karim, al quale la donna è ambiguamente legata. Ognuno di essi vede negli altri l’incomprensione anche se spesso è ipocritamente celata tra le righe, e legge, come in uno specchio, anche la realtà del proprio malessere. Il film, ritmato con i sogni della protagonista, mostra allo spettatore “lo scopo” della malattia psichiatrica, e mette a fuoco il ruolo della famiglia nella formazione dei disturbi psichici. Bergman, come in tutti i suoi film, affronta anche questa volta problemi filosofici e morali, chiedendosi perché, nel disegno divino, ci sia anche la possibilità della follia negli esseri umani.

Sul filone freudiano è anche La strana voglia di Jean (1969), di Ronald Neame, tratto da un racconto di Muriel Spark, opera che era stata già adattata per il teatro. Il film sottolinea le tensioni e i desideri inespressi, le repressioni sottili e i traumi inconfessati che rendono la quotidianità difficile e poco vivibile, creando i risvolti nevrotici che Freud analizzò nelle angosce dei suoi pazienti.

A volte il cinema riesce a portare sullo schermo realtà “scomode” e insensate, che altrimenti sarebbe sgradevole comprendere nella loro nuda crudeltà senza il filtro dell’opera d’arte. Alla fine degli anni Cinquanta, nel piccolo centro di Plainfield (Wisconsin) viveva, come un eremita, un certo Ed Gein, che la gente considerava un maniaco. Quando, su segnalazione di alcuni cittadini, lo sceriffo andò a casa di Gein, trovò che quel cinquantenne “barbone” era in preda a confusione mentale, e che c’erano disseminati ovunque per casa resti umani. La polizia accertò che Gein aveva ucciso diverse persone. La sua prima vittima era stata, nel 1955, una donna, una signora divorziata e proprietaria di una taverna della zona. Lo scrittore Roberto Bloch, dopo aver letto sui giornali le efferatezze di Ed Gein, incuriosito dalla psicologia perversa dell’assassino, andò a trovarlo in carcere e ne trasse fuori il personaggio di romanzo, che intitolò appunto Psycho, opera che ebbe un sensazionale successo.

Alfred Hitchcock, intuendo che quella storia sarebbe stata, agli occhi del pubblico, il simbolo dell’aberrazione psicologica, dalla quale sarebbe emersa la figura del mostro, acquistò i diritti dell’opera letteraria per tramutarla in un film, Psycho(1960). In esso Hitchcock tratta la follia, questa volta di un giovane timido e voyeurista, ancora in chiave psicoanalitica, individuando le cause della malattia di Norman Bates (Antony Perkins), nell’autoritaria madre del protagonista, la cui invadenza avrebbe scatenato nel figlio gravi problemi sessuali. Il caso clinico ha il classico sdoppiamento della personalità, con complicazioni edipiche e fobie di vario genere. Sebbene il film ha la pretesa di essere la presentazione di una psicopatologia da manuale, il regista, però, piuttosto che fare appropriate riflessioni sulla follia, ha abbandonato le iniziali intenzioni specificatamente psichiatriche, e si è lasciato trasportare dal fascino della suspense cinematografica; e così il racconto di Pshyco si snoda seguendo le regole dello spettacolo d’effetto.

Il male oscuro (1989) di Mario Monicelli, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Berto, racconta la serie di malanni che il protagonista ha somatizzato a causa del suo irrisolto contrasto col padre. Sarà lo psicoanalista che lo aiuterà a sciogliere i nodi dell’ipocondria. Il film, schematico e didascalico, non ha lo spessore culturale del libro di Berto, né aggiunge molto a Viaggio con Anita (1978) dello stesso Monicelli, anch’esso incentrato sul tema del contrasto con i genitori.

Di maggiore consistenza intimista e con richiami psicoanalitici sono: 8 e ½ (1963) di Federico Fellini, regista grande indagatore dell’animo umano, dell’alienazione e della confusione del vivere, e Deserto rosso ( 1964) di Michelangelo Antonioni, che racconta, con il cromatismo delle immagini, la depressione psicologica e l’incapacità di venire fuori dalle sabbie mobili dell’animo. Nel film è sottolineato anche il disagio di vivere quegli spazi la cui architettura è disumanizzante.

E non è possibile ignorare chi, forse più di ogni altro ha amato e deriso amabilmente la psicoanalisi: il regista Woody Allen.

Allen, come uomo e come attore è impacciato, timido e frustrato, com’egli stesso ammette, anche, dice, a causa di una infanzia infelice. Woody Allen rappresenta, nella fiction e nella vita il personaggio emblematico delle crisi esistenziali del nostro tempo. “Ho alle spalle dieci anni d’analisi – ha detto una volta Allen – e il mio analista mi ha consigliato, se da qui a dicembre non guarisco, di andare a Lourdes”.

Allen è un esempio di rigetto, di resistenza e di contemporanea, singolare, sottomissione alla psicoanalisi. In quasi tutti i suoi film questo autore, nel momento stesso in cui sembra che denigri il pensiero freudiano, si aggrappa ad esso per capire meglio il senso della vita. E se Allen mette in berlina la psicoanalisi e “strapazza”, in quasi tutti i suoi film, l’immagine dello psicoanalista, tuttavia egli non riesce ad intendere i rapporti umani se non in chiave analitica. Ed in Allen è anche paradigmatico il rapporto tra creatività e patologia. Infatti, le sue dichiarate “difficoltà come uomo”, sulle quali egli sempre scherza, e che si manifestano sia nella sua vita quotidiana che nei suoi film, sono anche i motivi del suo successo come artista.

La psichiatrica delle nuove frontiere

A mano a mano che nell’immaginario collettivo si è persa l’ancestrale convinzione che lo psichiatra è un personaggio oscuro e pericoloso, è subentrata l’idea che il compito del terapeuta è quello di prendersi amorevolmente cura del paziente ed aiutarlo anche con la forza della parola. Il cinema ha così individuato la nuova sensibilità nel campo della terapia delle malattie mentali, sottolineando che la liberazione dalla pazzia può avvenire, se il malato viene anche aiutato con una profonda empatia.

Ma in qualche caso, nei film è apparso lo stereotipo del medico che affronta la malattia psichiatrica non più con invasive terapie farmacologiche o con l’elettroshock, ma, essendo in linea col nuovo corso psichiatrico, si è trasformato da terapeuta freddo e senza cuore (come si riteneva che fosse una volta), in “grande mamma” che custodisce e difende il paziente.

Il grande cocomero(1992), di Francesca Archibugi, ha un efficace e moderno taglio narrativo. La trama si snoda nel rapporto intenso tra un giovane psichiatra e una ragazzina affetta da crisi epilettiche ricorrenti. Il legame affettivo instaurato tra i due durante la terapia, è un sentimento delicato, con momenti di intensa commozione, che farà bene sia allo psichiatra che alla paziente. Film gradevole e rispettoso sia della figura dell’ammalata che dello psichiatra.

Su questa falsariga, Senza pelle (1993), di Alessandro D’Alatri, narra la storia di un giovane schizofrenico, aiutato, “terapeuticamente”, da una impiegata delle poste, della quale il malato s’innamora, avendo trovato in lei finalmente un essere umano che lo comprende. Lo schizofrenico vorrebbe ad ogni costo essere ricambiato, e la donna molto sensibile, sebbene sia sposata, comprendendo il dramma del giovanotto, si barcamena con grande tatto, aiutata persino dal marito, nel feeling con il malato; e così arriva a far capire al giovane che il rapporto con una donna già impegnata non è possibile, ma lo spinge amorevolmente ad entrare in una comunità. Qui il giovane s’innamorerà di una ragazza che frequenta quel luogo e che vede in lui, ormai fortificato dall’incontro con l’impiegata, la persona che potrà darle una mano d’aiuto.

In Sybil (1976) di Daniel Petrie, è raccontato il bellissimo rapporto tra una schizofrenica e la sua psicoanalista, che, alla fine, recupererà la malata dall’angosciante dissociazione.

L’handicap psichico visto in chiave affabile e bonaria è il tema di Ivo il tardivo(1995) di Alessandro Benvenuti. Il film mostra come si più essere più vicini alla follia dello stesso “tardivo”, essendo conformisti e soggiacendo a triti luoghi comuni. Il regista lascia intendere che il conformarsi ai compromessi può essere anche questo un handicap psicologico. La variegata umanità di Ivo si scontra con le “normalità” di coloro che lo giudicano e che, in pratica risultano più duri, più egoisti, meno duttili e creativi di lui che è considerato matto. Il film sottolinea che chi non segue le idee convenzionali non è necessariamente fuori di testa. Può magari essere apprezzato proprio per le sue qualità creative e per le sue idee bislacche.

La follia sociale

Anche il binomio follia e guerra è ricorrente nella cinematografia. Cielo di fuoco (1968), di M. Forlatt, illustra la sintomatologia psicopatologica che si scatena in chi partecipa alla guerra aerea. I piloti che hanno come patologia la confusione mentale, vengono curati con la terapia del sonno e rimandati subito in guerra. Gregory Peck, generale duro e intransigente, chiede uno sforzo immane ai suoi piloti, e alla fine, quando il suo vice è abbattuto in una missione, verrà colto da un panico rimorso e il film si chiude con la ospedalizzazione di un uomo, il duro generale, che si riteneva immune da qualsiasi contagio psichiatrico.

Anche il Vietnam è stata un’occasione non solo per narrare la follia di cui sono colti i soldati nelle retrovie, ma anche per mostrare l’angoscia che, a conflitto concluso, resta indelebile nei reduci, e distrugge la serenità dei militari che non riescono più a vivere la quotidianità, come prima di essere stati arruolati.

Con Taxi drive (1976) di M. Scorsese, Il Cacciatore (1978) di M. Cimino, e Apocalypse Now(1979) di F. F. Coppola, si ha una variegata casistica di comportamenti paranoici e alienati, dovuti alla guerra.

Il film Tutti pazzi meno io(1966) di P. Sullek racconta quanto il mondo sia egoista e folle, Un soldato, Plumtick, è costretto a disinnescare una bomba depositata dai tedeschi per distruggere un piccolo borgo. Nella cittadina però sono rimasti solo “i matti”, che, usciti dall’ospedale psichiatrico, circolano ignari della guerra, per le strade, mentre i cittadini sono scappati via.

Plumpick, non si accorge che gli unici abitanti del borgo sono gli alienati, e apprezza le loro doti di umanità e di affabilità. Addirittura egli s’innamora di una amabile e quieta ragazza appena uscita dal manicomio. Il soldato la trova adorabile e spontanea come nessun’altra donna che aveva incontrata prima. Il film, sottolinea che la differenza tra i matti e i savi è che questi ultimi si invidiano e si odiano, affrontandosi persino nei campi di battaglia, mentre i matti vivono in un mondo personale meno gravido di aggressività e di cattiveria. E così, cessata la guerra, i savi ritornano in paese, e i matti rientrano in manicomio, lieti di ritirarsi nella loro pace, e lontani da un mondo spietato.

Tema simile è trattato nel film Manicomio(1946) di Mark Robson, nel quale emerge evidente l’antitesi tra l’egoismo dei sani rispetto all’altruismo di coloro che vengono definiti matti. La narrazione mostra come spesso chi viene identificato come folle sia più umano, solidale e caritatevole di chi è considerato sano di mente. Il caso Raoul (1975) di Maurizio Ponzi, affronta il tema della schizofrenia come degrado mentale dovuto ad alterate condizioni sociali. Ma l’opera ha avuto diverse critiche, ed è stata considerata un pretenzioso saggio intellettualoide.

La fiammiferaia (1989) di Aki Kaurismaki disegna la condizione crudele della pazzia del mondo contemporaneo, e mostra come, anche senza accorgercene, siamo costretti a subire molte alienazioni. Il film Marat-Sade (1967) di Peter Brook, percorre il filone del rapporto tra follia e potere. In un manicomio, sotto la guida del Marchese di Sade, che vi è rinchiuso a causa della sua malattia mentale, i degenti allestiscono uno spettacolo per rappresentare l’uccisione di Marat da parte di Charlotte Corday. Ma, dopo un dibattito che mette a confronto le idee libertarie del rivoluzionario francese con quelle pessimiste ed individualiste di Sade, scoppia una furiosa diatriba. I matti, allora, con una scena di intensa violenza e concitazione, che a suo tempo fece molto scalpore, ribellandosi all’egoismo di Sade, regista dello spettacolo, si scagliano contro i guardiani per difendere la loro libertà d’espressione. Il film è il prodotto dei temi che erano in voga a quel tempo, ed in particolare, appunto, dello stridente rapporto tra l’autorità e la follia.

Follia, crimine ed horror

Nella cinematografia di massa non sempre l’immagine della pazzia appare libera da stereotipi. In qualche caso, un certo tipo di film ha contribuito a mantenere, e persino a creare, molti luoghi comuni sulla malattia. Vi sono infatti sceneggiatori che hanno rappresentato, in maniera goffa e scontata, le manifestazioni di squilibrio mentale, e, per fini spettacolari, hanno raffigurato la persona psichicamente anormale come individuo mostruoso, straripante di horror criminale, sperando, che, con tali caratteristiche, i film si sarebbero venduti meglio.

Per rendere scenicamente appariscente la follia e avere presa sullo spettatore, alcuni registi ricorrono anche alla fantascienza. Il folle, in qualche caso, è diventato un simulacro senza più individualità, e reso identico, tranne trascurabili variazioni, a personaggi consimili di altri film. Ovviamente, ciò va sempre a scapito di una seria analisi scientifica.

Una lunga serie di film, a cavallo tra follia criminale e horror, hanno dato vita ad un filone di sceneggiature, alcune buone, altre superficiali, altre del tutto inconsistenti, che scandagliano l’abisso più orribile dell’animo umano.

Tra gli esempi meglio riusciti, Frenzy di A Hitchcock, Alle radici della follia di M. Pattison, Follia omicida di C. R. Baxley, Schegge di follia di M. Lehmann, La pazzia di re Giorgio di N. Hytnero, La fossa dei peccati, di I. Rapper; L’inquilino del terzo piano di Roman Polansky, Girolimoni il mostro di Roma, di Damiano Damiani.

Molto noto, negli anni Quaranta, La scala a chiocciola (1946), di Robert Siodmak, in cui, un serial killer sulla falsariga dei mostri dell’espressionismo tedesco, funesta la città con una catena di omicidi di giovani donne. La regia, usando obbiettivi e lenti particolari, ha reso benissimo, con contrasti, chiaroscuri e deformazioni prospettiche, stati di incubo e di allucinazione, lasciando sorpresi gli spettatori nell’ammirare le grandi capacità narrative dell’immagine videocinematografica.

In Le due sorelle (1973), Brian De Palma narra la storia di due gemelle siamesi, separate chirurgicamente, di cui quella rimasta in vita assume spesso la psicopatologia che era della morta+ e alla fine diventa anche assassina. La storia è un rappresentativo esempio di identificazione con la personalità di un altro. Con Carrielo sguardo di Satana (1976), il regista De Palma, è nuovamente alle prese con la insanità mentale. Nel film è tracciato il profilo di una ragazzina che, con lucida follia, si vendica dei soprusi psicologici subiti dalla madre e dai fratelli.

In Lo specchio oscuro (1946), di Robert Siodmak, uno psichiatra, studiando il caso di due gemelle, una buona, Ruth, e l’altra in preda ad istinti assassini, s’innamora della prima, ma la seconda farà di tutto per prendere il posto di Ruth nel cuore del medico e fare impazzire la sorella.

Col film Suspence,(1961) di Jack Clayton, viene tratteggiata la sessuofobia delirante nel suo lento mutarsi in follia. Nel racconto, la protagonista, una istitutrice, osservando gli strani comportamenti dei due bambini ai quali deve accudire, si convince che essi sono succubi di due fantasmi (un guardacaccia e la sua amante, morti secoli prima). Il film mostra chiaramente che i due fantasmi non sono altro che la proiezione della personalità isterica e sessualmente repressa della governante. Nello sfondo tipicamente americano degli anni Settanta si staglia In cerca di Mr Goodbar ( 1977) di Richard Brooks, in cui una insegnate di una scuola per sordomuti vive uno stato schizoide, sdoppiata: di giorno maestra e madre modello, di notte insaziabile ninfomane in cerca di avventure. La storia, raccontata senza moralismi, indulge forse troppo nell’idea che la follia abbia risvolti sessualmente conturbanti; tuttavia è pur sempre una indagine sui risvolti che ha un certo tipo di educazione basata soprattutto sui sensi di colpa. La protagonista, afflitta da troppo “perbenismo” cerca di rompere con una società soffocante.

Riflessi in un occhio d’oro (1967), di John Huston, fa parte del filone follia e sessualità. Racconta di un maggiore dell’esercito, impersonato dall’attore M. Brando, paranoico, impotente e afflitto da pulsioni omosessuali, che è gelosissimo della moglie. Afflitto da idee deliranti di innocenza e purezza, uccide un soldato, che egli ritiene innamorato della donna, la quale però, senza che il maggiore-Brando lo sappia, in realtà è l’amante di un colonnello. Il film segue due filoni: l’angoscia psichiatrica dell’omosessuale che non riesce a dichiararsi a se stesso qual è, e la paranoica gelosia che può derivare dall’impotenza e dalla incomunicabilità con l’altro sesso.

I disturbi psichici di origine sociale

Nel cinema, in qualche caso, la follia è considerata non solo come malattia, ma anche come risposta all’ingiustizia sociale, all’oppressione e alla prevaricazione. Molti registi hanno sottolineato l’insorgere delle psicopatologie in stretta connessione con eventi dirompenti per la personalità.

La pazzia generata nell’ambito familiare è descritta da Fernando Arrabal sia in Viva la muerte (1971) che descrive la difficile infanzia di un ragazzino spagnolo succube della madre e di una zia ninfomane, sia in Andrò come un cavallo pazzo (1973), ritratto forte di madre castrante che scatena nei figli un’emotività molto vicina alla pazzia.

Fanny ed Alexander (1982), di Ingmar Bergman, narra la vita di due bambini, vittime del patrigno, un vescovo protestante che ha sposato la loro madre rimasta vedova. Il prelato li educa in modo repressivo e paranoico, perché spinto dalle proprie problematiche psicologiche che egli manifesta con persecutorie manie religiose e con un intransigente ascetismo imposto, anche nei confronti dei due piccoli figli della moglie. Interessante il film di Ken Loach, Family Life,(1971) che vuol dimostrare come il concetto di folle a volte possa essere solo un’etichetta, ingiusta ed insopportabile. Il racconto parte da un’amara realtà psichiatrica e narra le vicende di una madre borghese, autoritaria e ipocrita, che impone alla figlia, nubile, l’aborto per evitare uno scandalo.

La ragazza non vuole abortire e chiede aiuto al padre, ma questi è succube della moglie e pertanto la ragazza non riesce ad evitare che le venga tolta la creatura che porta in grembo. La protagonista, disperata, sentendosi psichicamente violentata, si rifugia nella solitudine. La madre per “liberarla dall’influenza del giovane che le ha procurato quel guaio” la fa ospedalizzare Avvilita sempre più dal sopruso materno, la figlia si ribella, ma un “truce psichiatra” rileva in quella rivolta i segni di un comportamento schizofrenico e la ricovera in ospedale, sottoponendo la ragazza a molti elettroshock. La ragazza con un ultimo guizzo di ribellione, fugge col fidanzato, ma viene riprese e internata per sempre.

Il film, ispirato alle teorie dello psichiatra inglese Roland Laing, è molto polemico e pertanto fin troppo di parte, e mette sotto accusa l’influenza deleteria di una madre perversamente moralista, che alla fine causa alienazione.

Precursore di Family Life, è il francese La fossa dei disperati (1958) di Jeorges Franju, disperato grido di libertà di straordinaria sensibilità e incisività umana. La trama racconta di un celebre avvocato, padre padrone, che fa richiudere in manicomio il figlio ribelle, facendolo passare per personalità instabile e psicopatica. Nella struttura ospedaliera il giovane si lega d’amicizia con un coetaneo epilettico ed entrambi tentano una fuga che però fallisce tragicamente. Anche Splendore nell’erba (1961), di Elia Kazan, mette il dito sulle deleterie intrusioni della famiglia e della società nell’individuo, invadenze che possono portare alla follia. Il film anticipa Familiy Life narrando dell’amore di due giovani rovinato dalle interferenze dei genitori. La madre della ragazza ossessiona la figlia perché questa resti vergine, e il padre del ragazzo, convinto maschilista, spinge il figlio, per non “farsi intrappolare”, a non pensare all’amore, ma solo ad avvicinare donne facili.

L’ambiente familiare nevroticamente malsano che fa da cassa di risonanza alle patologie dei componenti del nucleo, è descritto da Filippo Ottoni in La grande scrofa nera (1972).

Il film Pazza,(1989) di Martin Ritt, che si avvale di una splendida Barbara Streisand, fa emergere il tema della nevrosi da incomprensioni familiari. Una prostituta ( la Streisand) uccide un cliente per legittima difesa e si rifiuta di seguire il consiglio dei suoi genitori di passare per matta ed evitare la pena. Ella chiede un regolare dibattito in aula giudiziaria, che si tramuta in un processo all’ipocrisia del perbenismo borghese.

Contro il perbenismo è anche il film È stata via (1989) di Peter Hall, che fa vedere come una moglie insoddisfatta e una vecchietta anticonformista, quest’ultima reduce da 50 anni di manicomio, che si sono legate da un comune spirito d’indipendenza, vengono scambiate per malate di mente proprio perché rifiutano i luoghi comuni ai quali è legata la società.

Come la psichiatria utilizza l’immagine cinematografica

Il cinema “serio”, al pari del romanzo e del teatro, si è dimostrato uno strumento d’esplorazione dell’animo umano. Molti film hanno messo in crisi il reticolo di certezze sociali e psicologiche, squarciando, con consapevolezza lancinante, barriere e resistenze create dai luoghi comuni, e facendo vedere quanto sia incerto il limite tra normalità e follia. Questo impegno culturale ha dissolto la mitologica, assoluta credenza della incontestabile sanità mentale di chi “ufficialmente” non è riconosciuto matto.

E se la cinematografia ha utilizzato il tema della follia e la professione dello psichiatra come base narrativa di ariosa suggestione, anche la psichiatria, incrociando e invadendo il campo dell’arte cinematografica, si serve sempre più dell’immagine filmica per registrare la dinamica psichica, per focalizzare gli aspetti psichiatrici dei pazienti e per documentare, attraverso variegate sequenze del vissuto patologico, l’esperienza terapeutica psichiatrica.

Il cinema abbraccia la percezione immediata dell’animo, e si sviluppa nel campo dell’immaginario con uno scandaglio psicologico che permette di raggiungere una condizione privilegiata, perché emette ed assimila messaggi, grazie alla registrazione audiovisiva, di una efficacia singolare. La presa emozionale che produce l’immagine cinematografica, legata a vari fattori, permette di operare in situazione quasi subliminale. Il messaggio cinematografico è assimilato, evocato, spostato, in variegate situazioni spazio-temporali come il materiale onirico, e come il sogno penetra in profondità

Il cinema è diventato sempre più uno strumento di esplorazione psicologico e psichiatrico d’interesse primario. Una riprova in tal senso viene dai convegni che hanno avuto nel cinema e nella videoregistrazione i loro temi principali. Uno di questi è stato Psichiatria Cinema e VideocomunicazioneImmagini della mente, organizzato a Roma, nel 1992, dal prof. Paolo Pancheri. Il meeting ha fatto il punto sull’utilizzazione nella ricerca psichiatria, mediante l’acquisizione e la registrazione della dinamica emotiva nelle patologie mentali con l’immagine videocinematografica.

Al convegno romano sono stati presentati molti filmati sui vari aspetti della psichiatria, dai problemi pertinenti la comunicazione di gruppo, alla documentazione nel campo delle neuroscienze, allo studio e presentazione di malattie specifiche, come l’epilessia, l’anoressia, la schizofrenia. Contributi tutti interessanti e tra gli altri, da citare, quello di E. Gabrici sulla narcoanalisi che presenta tre casi clinici, drammatici e di particolare interesse perché sono registrati i più tragici momenti degli antichi traumi rivissuti dai pazienti durante le sedute.

Un altro filmato, di F. Russo, R. Vari, R. Palma, M. A Russo, mostra colloqui con pazienti schizofrenici. Nel filmato dell’americano J. Stossow è introdotto e illustrato il disturbo ossessivo-compulsivo differenziandolo dai disturbi psicotici. L’attacco di panico è ben sintetizzato da W. Procaccio e M. Contini in un filmato di 13 minuti che mostra anche un paziente con una manifestazione agorafobica.

Sono state, inoltre, analizzate nella registrazione video, per meglio essere studiate in seguito, applicazioni terapeutiche come l’elettroshock, l’insulinoterapia, etc. Anche gli interventi riabilitativi sono stati registrati nei video con dovizia di particolari.

In Malattia mentale e inserimento nel mondo del lavoro di M. Provenza e altri A. A., è presentata l’attività riabilitativa del paziente schizofrenico. G. A. Patella ha filmato una sequenza interessante che mostra la psicodiagnostica di Rorscharch, effettuata secondo una rigorosa metodologica dinamica.

Immagini di un setting di psicoterapia della famiglia di C. Loriedo analizza questo tipo di terapia con ottime riprese che illustrano i significati delle sedute terapeutiche. Anche l’ippoterapia è documentata da un video di C. Consolaro e F.Garonna. Al meeting l’équipe catanese del Prof. Vincenzo Rapisarda, ha presentato un lavoro dal titolo Video e Psicopatoplogia, (di Vincenzo Rapisarda e Sergio Paradiso) che mostra come mediante i filmati sia possibile presentare disturbi psichiatrici da utilizzare come strumento didattico.

In un altro interessante incontro tra cinema e psichiatria, a Venezia, nel 1996, nell’ambito di un convegno su “Psicoanalisi e Cinema”, organizzato dal Comune e dalla Scuola Europea di Psicoanalisi, il discorso tra cinema e follia è stato anche molto vivace.

Apprezzato e discusso è stato il film Stalker ( 1979) di Andrei Tarkovskij, denso di significati simbolici, il cui tessuto narrativo si compone di una esile trama la quale non è che un pretesto per il vero racconto. Il film affronta, con una straordinaria parabola visiva, l’ignoto, il rischio e l’imprevedibilità dalla psiche umana; una lotta questa, che la tiene in bilico tra fantasia e il crollo psicotico.

Il meeting ha preso spunto dall’analisi dell’individuo creativo per giungere ad un’ulteriore riflessione sul significato della pazzia.

La creatività, vista come espressione di una fase ottimale dello sviluppo psicologico, è stata da sempre oggetto dell’attenzione di molti registi, e in molti casi essa è stata anche un interessante spunto per un avvincente parallelo tra arte e follia. Nell’episodio intitolato “Corvi”, del film Sogni (1990di Akira Kurosawa, sono ricostruiti gli scenari delle opere di Van Gogh, nei quali il pittore (impersonato da Scorsese) si perde in preda alla sua follia creativa. E anche Kean (genio e sregolatezza) (1956) di Vittorio Gasmann, sia pur con tutti i suoi limiti, è un esempio di questa commistione tra arte e pazzia.

Ma torniamo agli incontro tra cinema e follia, per sottolineare quello intitolato Cinema e Psicoanalisi, organizzato dal Centro Veneto della Società Psicoanalitica Italiana, che si è tenuto a Marzo 1999 a Padova. Il meeting ha affrontato, come tema principale, il rapporto generazionale, così espresso: Il padre, un affetto e un ruolo da riscoprire.

Durante il convegno sono stati proiettati alcuni film per approfondire il problema della figura genitoriale.

Tra essi, Kolya (1996) del cecoslovacco Jean Sverak, che ha proposto la figura del padre “materno”. Shine di Scott Hicks, in cui un padre finisce per ricostruire in famiglia l’atmosfera opprimente e folle come gli era capitato di viverla nel campo di concentramento in cui era stato internato.

Doddy nostalgie (1990) di Bertrand Tavernier, che analizza i complessi rapporti tra padre e figlia.

Insomma, come dimostrano tanti congressi, ormai la psichiatria si avvale sempre più dell’ausilio del mezzo cinematografico, sia attraverso opere dell’industria dello spettacolo che descrivono le dinamiche della personalità e gli interstizi della mente, sia mediante una produzione cine-video che le stesse strutture psichiatriche vanno assemblando per meglio analizzare, studiare e memorizzare le occasioni psicopatologiche più interessanti.

Conclusione

In una società pigra e, in fondo, piuttosto cinica, gli itinerari psichiatrici del cinema hanno messo in crisi la nozione di normale e di patologico, che era servita, in passato, a proteggere certi desueti valori tradizionali, certi tabù e certe tendenze giansenistiche, aprendo un varco sempre più arioso e liberatorio, e mettendo in crisi tutte le etichette.

L’innovativa attenzione per i casi della patologia mentale è paragonabile, se si vuol far un riferimento culturale al passato, alle grandi correnti di riflessione come i dibattiti che avvenivano sulla peste nel Medioevo, le argomentazioni sul libero arbitrio che c’erano nel ‘400 e nel ‘500, e il problema della schiavitù della gleba che si pose alla fine del ’700.

Il cinema, dunque, si è assunto l’incarico di trasmettere nozioni di base sui percorsi del cervello. E così lo spettatore ha preso coscienza delle perturbazioni dell’uomo comune, e del progressivo aumento di nevroticità in una società che vive, senza catarsi liberatorie, sempre più in tensione e sempre meno rilassata.

A volte il cinema ha alterato, per finalità sceniche e commerciali, l’immagine di malattie come la psicosi o la schizofrenia, esasperando o in parte falsificando il concetto di disturbo mentale. Tuttavia non v’è dubbio che però ha denunciato la miopia e l’atrofizzazione narrativa di molte stucchevoli concezioni a proposito di sanità mentale e di pazzia che, in passato, erano state utilizzate per “tranquillizzare” e per chiudere gli occhi nei confronti di una drammatica realtà che si voleva tenere ad ogni costo nascosta.

Da quando le desuete nozioni di follia e di sanità mentale sono state messe in crisi dagli stessi psichiatri e dagli intellettuali, il mescolare le carte, l’avvicinare il normale al patologico e viceversa, è stata una operazione rischiosa, ma purificatrice e salutare.

E se è vero che, in qualche caso, v’è stata una certa tendenza a banalizzare la follia con facili esemplificazioni e che, con un esercizio a freddo e magari a volte dilettantistico, si è presentato al pubblico, a volte, un modello patologico progettato più per far effetto che per essere somigliante alla realtà, è pure vero, però, che sono stati prodotti dall’industria cinematografica anche opere raffinate, che hanno descritto le psicopatologie con una mentalità psichiatrica ricca e consapevole. Tali opere hanno fatto uscire il cinema dalle vecchie, collaudate e rassicuranti trame, denunziando l’ineluttabile esistenza, nella mente umana, di ambiguità latenti o manifeste, sulle quali, prima di questa ventata, di s’era cercato di stendere un pietoso silenzio.

Per concludere si può dire che la cultura cinematografica in fatto di psichiatria, anche se in qualche modo banalizzata, è una forma apprezzabile di divulgazione, che pervade e stimola l’interesse della masse per queste tematiche.

Parole e concetti come trauma, nevrotico, complesso di Edipo, inconscio, alienazione, narcisismo, rimozione, paranoia, sublimazione, lobotomia, etc., sono entrati nel gergo comune soprattutto, proprio, attraverso il cinema e la televisione, che hanno di fatto operato un significativo aggiornamento culturale. Non dimentichiamo, infatti, la grande refrattarietà della gente a prendere in mano un libro, e la facilità con cui, invece, va a cinema o accende il televisore.

La mente umana, che un tempo le inadeguate infrastrutture e i luoghi comuni, tendevano a mistificare, oggi è sempre meglio denudata e analizzata da sceneggiature, a volte spietate, ma che tuttavia riescono a stimolare la riflessione degli spettatori, anche dei più indolenti.

Infatti le vaste possibilità esplicative insite nel mezzo cinematografico sono un potenziale d’indagine che coinvolge e attrae e che, se condotte con corretti ed adeguati indirizzi di ricerca, possono diventare un utile strumento di cultura.

Era forse questa l’unica possibilità, in un campo che richiede grande specializzazione, per poter ottenere una consistente divulgazione orientativa.

Riassunto

L’industria cinematografica, sin dai primi anni, si è interessata alla psicopatologia, le cui complesse tematiche ben si adattano ad essere narrate nello schermo, ed ha utilizzato, per esprimere la malattia mentale, tutti i mezzi tecnici espressivi tipici della ripresa filmata. Infatti, la sequenza filmica può dare un’efficace rilevanza emblematica all’Imago della psiche, sottolineando a mezzo di metafore tutte le sfaccettature esistenziali.

Sebbene, in qualche caso, la pazzia dei personaggi cinematografici sia stata “romanzata” per esigenze sceniche e di produzione, e il malato mentale sia stato “bloccato” in una specie di cannovaccio, tuttavia sono molte le pellicole che, non essendo incappate nello stucchevole cliché convenzionale, esprimono, anzi, in chiave psichiatrica, i variegati e conturbanti aspetti della follia.

La vasta produzione filmica che ha affrontato la tematica psichiatrica ha impresso un forte impulso culturale nelle masse, mettendo finalmente in crisi i luoghi comuni sulla follia.

Ma se la cinematografia ha utilizzato ampiamente il tema della follia, la psichiatria, a sua volta, da anni si serve sempre più dell’immagine registrata per focalizzare gli aspetti psichiatrici dei pazienti e documentare, attraverso l’osservazione del vissuto patologico, la ricerca e l’esperienza terapeutica.

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